[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].
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A Ravenna presento il libro con il Circolo ARCI Dock 61, alla Sala Ragazzini. La sala l’aveva scelta Veronica Rinasti, attivista e factotum del circolo, e non so se l’abbia fatto apposta sapendo di cosa parlasse il libro. È una sala ben attrezzata, situata dietro la chiesa di San Francesco, e piena di quadri e ceramiche raffiguranti la Divina Commedia – la tomba di Dante Alighieri si trova infatti esattamente dal lato opposto rispetto alla chiesa. Venendo da Firenze, mi sono quasi sentito una spia furtiva, giunta per controllare che il Poeta fiorentino riposi ancora in pace, tra edifici antichi in quelle basse valli davanti all’Adriatico, animata inconsciamente da propositi di restituzione delle spoglie alla sua terra natía. E poi mi sono detto: e perché mai dovrei essere animato da tali propositi, visto che Dante era stato mandato in esilio e che Ravenna l’aveva protetto, e che la sua opera somma fu completata in quelle valli paludose?
D’altronde, il Poeta fiorentino avvertirà Compagno dei perigli che incontrerà e che dovrà affrontare quando metterà la verità davanti a ogni cosa:
E ricorda: se i dolori del mondo vuoi alleviar sanza servir malafede, / nemici farti dovrai ne la tua patria stessa! / L’esempio buono del tuo adoperare sia ‘l tuo erede,
a costo di provar come sa di sale lo pane altrui e l’essilio di scommessa. / Ma tutt’è pena necessaria: l’accusato che rifiuta falsa parola e avulsa / non è che ’l miglior amico del popolo suo per saldezza indefessa.
Chè se la voce tua nel primo gusto sarà molesta e insulsa / vital nutrimento lascerà poi, quando sarà digesta.
Così, al ritrovarmi nella Sala Ragazzini mi sentivo un poco intimorito. Avevo forse timore del giudizio del Poeta fiorentino sul mio lavoro, io che l’avevo infilato nell’Oltre ed avevo tentato di riprodurre in terzine i suoi pensieri?
Elettra Stamboulis, dirigente scolastica, curatrice d’arte e scrittrice, con cui condivido da anni l’amore per il Mediterraneo, verrà in mio aiuto, portando l’attenzione sul significato del lutto. Dante è a Ravenna, e davanti alle sue reliquie si è rispettosamente portato il lutto, il Poeta fiorentino riposa in pace, e non se la prenderà con chi vuole seguirne le orme. Quindi, stai tranquillo.
‘Hai altre gatte da pelare, invece’ sembra quasi volermi dire. Cosa complessa è infatti la vicenda di Paolo Dall’Oglio, quella di un lutto irrisolto perché le sue spoglie – se è morto – non sono ancora state ritrovate, un dramma doppio perché oltre al tema del lutto irrisolto vi è la trasposizione nel mondo dell’Oltre a cui l’ho costretto scrivendo questo romanzo, facendone un perenne viaggiatore, un messaggero di speranza destinato a non stabilirsi mai in un solo e definitivo luogo. Costringendolo a un continuo movimento per compiere il suo destino di rattoppatore di ferite e guida di giovani in preda al disorientamento. È un poco quello che mi piace ricordare di questa città, Ravenna, città che fu di frontiera, mai pronta ad essere domata. Città di repubblicani, che rende omaggio a Giuseppe Mazzini con una lapide posta nel 1921 all’ingresso del Municipio, descrivendolo come colui che «diede all’Italia una coscienza e una missione», e che esprime ancora un consigliere comunale del Partito repubblicano italiano. Non so se sapete, ma i ravennati celebrano ancora la Repubblica romana, il 9 febbraio, accendendo un lumicino alle finestre e ai davanzali.
Il 9 febbraio del 1849, venne proclamato in Campidoglio uno stato repubblicano al seguito di una rivolta all’interno dello Stato Pontificio. Eravamo in pieno Risorgimento. La Repubblica romana durò solo pochi mesi, perché il “Potere Costituito” non poteva accettarne l’esistenza, e la Francia intervenne per reprimerla nel sangue. Era un tabù ammettere l’esistenza di uno stato laico fondato su libertà e giustizia, un tabù come oggi lo sono in fin dei conti la fuoriuscita dall’era degli idrocarburi o il principio di autodeterminazione dei palestinesi, una cosa da combattere a qualsiasi prezzo. Mentre austriaci e spagnoli si adoperarono dunque per reprimere simili moti libertari in altre parti d’Italia, Luigi Napoleone Bonaparte usò tutta la force de frappe dell’esercito francese per reprimere nel sangue quell’esperienza di rivoluzione liberale, di pratica democratica, dove si parlava di suffragio universale o di abolizione della pena di morte. Alla capitolazione, seguì il ritiro. Migliaia di garibaldini, tra cui Garibaldi e sua moglie, presero la direzione della Romagna. E le genti delle valli li aiutarono ad attraversare i canneti per raggiungere Comacchio e poi la Repubblica di Venezia, nonostante fossero ricercati dagli austriaci. La chiamarono la “Trafila”, una lunga serie di azioni e prove, di voce in voce, di porta in porta, che i patrioti ravennati e del basso ferrarese di ogni condizione sociale affrontarono per sottrarre i garibaldini agli austriaci.
Una camicia rossa è una camicia rossa. È così che i ravennati furono una colonna portante del Battaglione Garibaldi, che partì per difendere la Spagna repubblicana dai Franchisti, quasi un secolo dopo. Persero anche lì, ma una camicia rossa è una camicia rossa, e durante il Nazifascismo si costituì la Brigata Garibaldi, che contribuì alla liberazione di Ravenna. Alla terza, insomma, vinsero.
Abùna Ignacio, parlando del pensatore sirano Àbdel Rahmàn al-Kawàkibi, un figlio dell’amata città di Aleppo, che scrisse un trattato sulla lotta contro l’asservimento e la sottomissione, dirà:
«Sai cosa scriveva? Che il dispotismo è il male supremo, sorgente continua di sedizione e infruttuosità. È un rogo incessante di privazioni e spoliazioni, un diluvio che porta via la civiltà, che opprime i cuori sotto il giogo della paura e dell’oscurità. E esortava i suoi lettori a liberarsi del tiranno in potenza che sta dentro di noi. […] La lotta contro la tirannia inizia dentro di sé».
È così che le camicie rosse hanno continuato a operare di epoca in epoca, e forse anche Dante, pur essendo un Guelfo bianco, era un poco come quei ravennati che non ammettevano il dominio sull’uomo, al punto che si oppose all’esercizio del potere temporale da parte del papa dell’epoca, Bonifacio VIII.
L’indomani, invece, sono in una città bianca, Trento, il luogo-simbolo della restaurazione cattolica, del Concilio Tridentino, anche se le persone con cui sto non incarnano l’eredità di quella stagione, a partire dal libraio, Federico, titolare della libreria indipendente Due Punti, da Luisa Chiodi, direttrice dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, e Chiara Sighele, direttrice del Centro per la cooperazione internazionale. Trento, dove il Fascismo riempì la città di palazzi e vestige del nuovo regime, come la donna del Fascio sulla facciata della Galleria che porta in piazza Cesare Battisti, e sotto cui sta scritto: «Il popolo italiano ha creato col suo sangue l’Impero, lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi».
Per fortuna che Luisa porta una bella kefiah al collo, perché mi fa sentire un poco più a casa, e che Chiara mi parla del grande lavoro di sensibilizzazione delle società civile trentina in materia di solidarietà internazionale, ricordandomi che fino a qualche anno fa erano ben duecento e cinquanta gli organismi locali che operavano in quell’ambito.
Allora, bianca o rossa sia la camicia, cosa ci vuole per mantenere viva la speranza in un mondo più giusto e libero, e soprattutto la speranza in un’inversione di rotta di fronte alle crisi che ci attanagliano? Paolo Costa, che si occupa di studi religiosi per conto della Fondazione Bruno Kessler, mi dirà durante il dibattito: «Il tuo è un libro scritto nel genere più moderno che esista, quello narrativo, forse il genere più inclusivo che abbiamo oggi, che ci aiuta a interrogarci sui nostri impulsi di controllo del destino, sulle relazioni tra sogno e incubo, che fanno parte della nostra esperienza di vita». E solleverà la questione delle questioni: se – e questo è fortemente cristiano – è la speranza a poter salvare il mondo, a ridare consapevolezza e coraggio a chi non vorrebbe più mettersi in gioco, come definiresti questa speranza, in cosa consisterebbe?
Mi trovo impreparato, ma poi ricordo quanto il Poeta mantovano dirà a Compagno, prima che lasci l’Oltre per tornare a casa:
«Devo pagare la stanza, lorsignor poeti?».
«Vivere est pretium quod tibi solvendum est. Il prezzo da pagare è vivere, giovanotto» gli risponde il Mantovano, «alza la testa e apri il cuore, giacché è arrivato il tempo prima dell’apocalisse».
La speranza non può che essere l’atto stesso di vivere pienamente il proprio tempo, e nello spirito del libro, l’atto di vivere responsabilmente, per colmare il disordine, ricucire gli strappi, ricomporre le divisioni e neutralizzare la violenza distruttrice, e per tutto questo vi è una parola: negentropia. Come fa la natura vivente, che contrasta il processo di dissipazione dell’energia e di degrado delle condizioni di abitabilità, ne rallenta i ritmi, converte il tempo in organizzazione, producendo ecosistemi complessi, coerenti, dove gli scambi energetici avvengono in una rete ordinata di cicli interconnessi, generando un effetto appunto “neg-entropico”.
«È un libro contro-corrente, perché parli degli umili, come di coloro che riscatteranno il mondo, ma nessuno vuole più aver a che fare con essi, sono considerati ormai dei perdenti» mi dirà Paolo. «Se proponi il sacrificio agli adolescenti, se proponi di rinunciare agli agi, si gireranno dall’altra parte» tuona Luisa. Sono turbato, perché dubito, anche se per me il concetto di sacrificio non deve necessariamente significare privarsi di opportunità, anche se dentro di me penso che senza il coinvolgimento degli ultimi, quelli che vivono le difficoltà del quotidiano, non ci sarà riscatto per l’umanità, e ancor meno per la biosfera. Poco prima di recarmi in libreria, ero stato a pregare nella cattedrale di San Vigilio, austera, grigia, bianca, imponente, severa; distante, in fondo. È lì che si tenevano le celebrazioni solenni del Concilio Tridentino. Non mi sono sentito a mio agio, e ho pregato in fretta. Non è un posto per umili di cuore, non che io lo sia, assolutamente no, ma era un posto che mi interrogava sul dove cercare la presenza di Dio, che appena sfiorava le corde della mia anima.
Insomma, per farla breve e per rispondere a quella domanda difficile, non sono certo potenti e prepotenti che ci porteranno sulla via della negentropia, ma quelli che subiranno le conseguenze delle pratiche distruttive dell’umanità, e che resteranno lì, metro per metro, a riparare quanto è rotto e a curare chi è stato ferito.
Una camicia rossa è una camicia rossa. Ho ancora davanti agli occhi questa storia della trafila, con quei poveracci che vivevano ai margini delle valli palustri che portano in salvo i garibaldini di capanno in capanno, muovendosi lenti su barchette silenziose, spinte puntando i pali nella melma del fondo. Rosso e bianco, bianco e rosso. Se Dio non sta con gli umili, se non sta con chi ripara ai torti, a che cosa serve averlo?
Gianluca Solera