[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].
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“La Linea d’Ombra” è uno spazio letterario; a dire il vero, è il nome che ha preso il salotto o meglio l’enfilade di salotti di casa Piro, dove ogni mese Francesca invita degli scrittori a parlare dei loro libri. Non credo vi sia qualcosa del genere altrove nella Capitale. Mi verrebbe da dire, è un’eterotopia, una di quelle di cui conversano Compagno e padre Ignacio durante il loro viaggio, evocando il filosofo francese Michel Foucault.
«Racconta».
«Che in ogni cultura, in ogni tempo, vi sono degli spazi sociali ben circoscritti e assolutamente diversi dai “luoghi comuni”, e questi spazi hanno la funzione di compensare o purificare tutti gli altri spazi occupati dalla società. Sono come delle utopie non utopiche perché reali e appunto circoscritte».
«Fammi un esempio».
«Lui portava ad esempio il carcere, il manicomio, la casa di tolleranza, ma anche una sala cinematografica, un museo, una fiera o una nave. Sono spazi ben delimitati, con un dentro e un fuori, che hanno una specifica funzione di rilevanza collettiva. Hanno inoltre una funzione di rottura con il tempo tradizionale. Nel cimitero, il tempo diventa una quasi eternità; in un museo, il tempo si accumula e si raccoglie in se stesso; in una fiera, il tempo esprime alla massima potenza il suo carattere effimero e precario. Ogni cultura ha bisogno di eterotopie, ma queste cambiano nel corso della Storia, nuove eterotopie si affermano».
“La Linea d’Ombra” è forse una forma moderna di eterotopia, dove aspiranti lettori si ritrovano a cercare nuove ispirazioni, ad ascoltare idee, a rinfrescare la memoria, o semplicemente nutrire lo spirito di belle parole. E tutto questo, è un esercizio di purificazione. Durante due ore, è come se i presenti salissero su un’imbarcazione insieme agli scrittori e si infilassero nella narrazione, perché il silenzio è profondo, l’attenzione pure, e la stessa disposizione di tre stanze in fila, dove l’autore si piazza al fondo di una di esse, come fosse un timoniere, danno l’idea di uno scafo o una carrozza ferroviaria o qualcosa di simile. D’altronde, avevo conosciuto Francesca Piro attraverso Progetto Mediterranea, un progetto di navigazione permanente nel Mediterraneo con finalità culturali, scientifiche e ludiche. È naturale dunque che il suo salotto letterario si configurasse come un mezzo di viaggio. Non aveva lo stesso Foucault definito la barca come l’eterotopia per eccellenza?
«Un pezzo di spazio galleggiante, un luogo senza luogo, che vive di per sé, chiuso su se stesso e allo stesso tempo affidato all’infinità del mare e che, di porto in porto, di rotta in rotta, raggiunge nuovi territori dove cercare ciò che di prezioso nascondono».
Quella sera, incontro navigatori, amici di padre Dall’Oglio, chi aveva visitato il monastero di Mar Musa, un signore non-vedente con cui ho il piacere di dialogare su cosa diventerà il Mediterraneo, amici che non vedevo da più di dieci anni, signore anziane non ancora stanche di scoprire nuove cose, o professoresse che insegnano in scuole di periferia, disperatamente convinte che la cosa più importante da insegnare è lo spirito critico. Una cinquantina di persone, come mai ne avevo avute sino a quel momento presentando Prima dell’apocalisse. I codici della speranza. Dirò a Francesca: «Ti rendi conto che hai creato qualcosa di speciale, uno spazio di socialità, ora che di questi spazi ne abbiamo tanto bisogno?». E lei sorride, e magari in mente ha già qualcos’altro. Io le rispondo: «E se Roma si riempisse di salotti letterari che portano gruppi di persone a ritrovarsi per fare cultura e socializzare? Una rete di spazi come il tuo, forse un festival».
E sul treno diretto verso Nord, il mattino seguente, mi vengono in mente delle fantasie, come una carboneria di gruppi di pensiero critico che si ritrovano in case private per rimettere in discussione tutto. Non salotti borghesi di rappresentanza, ma stanze di case private dove i libri diventano vettori di nuove energie vitali. Vettori alternativi alla televisione, ai canali social, e alle manifestazioni preconfezionate o gridate. Forse vaneggio: d’altronde, sarà solo a Follonica che mi accorgerò che la Frecciarossa – causa cantiere – aveva preso una linea diversa dalla solita linea AV, e costeggiava il mare, a passo lento, come i treni di una volta, quando viaggiavo con mia nonna per andare alle terme. Un segnale?
Andando lenti, arriverò in Friuli nel pomeriggio inoltrato, mentre le prime ombre calavano, e sarà l’Hospitale di San Giovanni di Gerusalemme la mia destinazione. Ad accompagnarmici dalla stazione di Udine sarà Marino del Piccolo, ingegnere appassionato di cammini che legano Occidente ed Oriente. Fondato alla fine del XII°sec., l’Hospitale costituiva una tappa importante della Via del Tagliamento nell’antica Via di Allemagna, che collegava i Paesi Baltici con i porti dell’Adriatico. In esso, trovavano ospitalità pellegrini, guerrieri, e gente varia che voleva raggiungere la Terra Santa. In auto, attraversando i dossi di colline moreniche tappezzate di lembi boscosi di querce, robinie e pioppi, Marino ed io immaginiamo come avrebbe dovuto essere stato il viaggiare in quell’epoca.
«Beh» fa Marino «immagina uno che passa per l’Hospitale e incrocia una carovana. Chiede a uno dei carovanieri dove siano diretti, gli rispondono in Cina, o in Persia. Poi chiede quando ripartono, gli dicono tra tre giorni. Ci pensa un attimo, chiede se hanno bisogno di uno che spazzoli e si prenda cura dei cavalli, gli rispondono di sì, e questi ritorna all’Hospitale due giorni dopo con la sua bisaccia, pronto per partire». «Porca miseria, ti rendi conto? In un baleno uno decideva di partire senza sapere quando mai sarebbe tornato» faccio io.
L’Hospitale oggi è un luogo di incontri per riallacciare terre e culture, organizzati dall’associazione “Amici dell’Hospitale”. Mentre preparano la sala per l’incontro, salgo per una scala di legno al piano superiore in cerca dei servizi, e mi imbatto in carte che riproducono vie dell’epoca, distese su un lungo tavolo. Mi vengono i brividi. Una delle vie, l’Itinerarium Burdigalense, portava a Gerusalemme attraverso i Balcani e l’Anatolia; un’altra, quella via mare, dopo aver attraversato l’Adriatico, raggiungeva la Terra Santa passando a nord di Creta e a sud di Cipro. E su un’altra mappa, si raffiguravano le vie della seta, delle spezie e degli aromi, che si spingevano fino alla costa cinese. Costa che avrebbe potuto benissimo raggiungere il personaggio che avevamo immaginato.
Ed è con l’intenzione di recuperare una via abramitica che Marino conobbe il gesuita di Mar Musa. «Un giorno, entrai in una libreria, e senza sapere il perché camminai dritto dritto fissando uno scaffale davanti a me, e poi una fila di libri, e poi uno in particolare dal titolo “Innamorato dell’Islam, credente in Gesù”. E mi chiesi, “Cos’è ‘sta roba?”». Era un libro di padre Paolo dall’Oglio.
Quella sera, il professore Mario Turello si cimenta in una splendida introduzione, durante la quale ci ammonirà della transizione caotica prossima ventura: cuore e razionalità saranno necessari per fare fronte a quanto ci aspetta, a quanto Gaia, il pianeta intelligente, prepara per assicurare continuità alla vita, sotto tuttavia condizioni di abitabilità ben diverse da quelle che conosciamo. ‘Chi dichiara questo è un uccello del malaugurio’, potrebbe pensare qualcuno. Purtroppo per quel qualcuno, la scienza si sviluppa osservando i fenomeni e costruendo proiezioni sulla base di misurazioni, e le misurazioni a disposizione, ormai sempre più precise, non permettono di negare che i parametri climatici stiano cambiando a velocità straordinariamente innaturali. «La cosa bella di questo libro, intriso di spiritualità e di ricerca di principî morali, è che è pieno di dati scientifici, di nozioni scientifiche, che ci tengono con i piedi per terra» afferma il professore. E legge un passaggio:
«Guarda quello che stiamo facendo ora, un vecchio prete e un ragazzo mal cresciuto che si buttano a mare mezzi nudi su questo pezzo di costa, divertendosi come dei bambini, e poi mangiano dei ricci crudi come agli albori della civiltà. Non siamo anche noi stessi diventati una sorta di eterotopia? Non abbiamo creato uno spazio illusorio, che nella sua leggerezza rivela come ancora più illusoria sia la realtà da cui proveniamo?».
«Purtroppo…» risponde Ignacio facendosi più pensoso, «allo stesso tempo, però, abbiamo dato vita a qualcosa di così veritiero, talvolta gioioso, ci siamo fermati qui, abbiamo piantato la tenda come avrebbe fatto Abramo, e ci siamo messi a meditare su come compensare il caos della realtà».
«“Compensare” è la parola giusta. Ti ricordi di quando parlavamo della negentropia, di come sia necessario rallentare il disordine, contenere la dissipazione di materia ed energia?».
«Oh sì, ne abbiamo parlato più di una volta. E direi che sia necessario imparare anche a contenere la dissipazione delle nostre forze fisiche e intellettuali, e del patrimonio di affetti e relazioni che costruiamo vivendo, caro Compagno».
E aggiunge: «Non è un’eterotopia solo il viaggio nell’Oltre dei due protagonisti, lo è anche il libro stesso, perché ci permette di navigare tra idealità utopica e necessità critica, per continuare a restare su questa terra vivendo pienamente, senza abbandonarci alla rassegnazione, allo spettro dell’ineluttabile». Non so se volesse fare un complimento a questo mio lavoro, ma le parole del professore mi hanno commosso, perché in fondo è con quello stato d’animo che ho passato lunghe ore scrivendo quelle pagine.
Il prezzo da pagare è vivere, pienamente, prima che una qualsiasi transizione caotica bussi alle nostre porte. E a Marango, lo fanno da anni, ormai. A Marango, alle porte di Caorle, ci arrivo grazie a Vittorio Anastasia, l’editore che aveva pubblicato i miei libri precedenti. È lui che mi aveva dato quell’indirizzo. E prima di lasciare quelle terre, sono riuscito a ritagliarmi alcune ore per andare a conoscerli. Fondata da Giorgio Scatto nella piatta piana veneziana strappata alle paludi, la comunità monastica di Marango è un posto inconsueto.
I fratelli e le sorelle di Marango sono angeli di neg-entropia, che assorbono le derive sociali e ambientali ricomponendo spazi di armonia. Non saprei come definirli altrimenti. Il loro legame con Giuseppe Dossetti, forse, li aveva portati ad accettare la mia proposta di accogliermi per parlare del libro e fare una chiacchierata, poiché avevo detto loro che mi ero sposato in un’altra comunità che aveva adottato la regola di Dossetti, a Ain Arik, in Cisgiordania.
Don Giorgio è figlio del ’68, e si fece prete desiderando una chiesa altra per una società altra. Dopo aver ricevuto la regola monastica dalle mani di don Dossetti a Gerusalemme nel 1982, quando al suo rientro il patriarca di Venezia gli propose di insediarsi in quelle terre bonificate, si sentì un poco tradito nei suoi propositi, perché voleva stare in mezzo alla gente per costruire una società nuova, e là di gente ce n’era rimasta ben poca, visto che le centinaia di persone che lavoravano quelle terre nel passato erano ormai partite da immigrati; ma poi, accettò, e la gente cominciò a venire da loro.
Sono angeli di neg-entropia innanzitutto perché hanno installato panneli solari e pompe di calore, hanno creato orti e piantato alberi, e hanno collegato meditazione e preghiera con le passeggiate naturalistiche (“camminate meditate”, le chiamano loro); ma anche perché danno conforto alla gente addolorata di Gaza ricordando le migliaia di bambini uccisi attraverso un “sudario” di carta con ventottomila nomi che attraversa tutta la navata della chiesa fino a ricoprire l’altare, curano la psiche ferita dei bambini di Gaza sopravvissuti alla guerra attraverso laboratori di disegno creativo, o perché sostengono gli abitanti di Karakosh, città cristiana sita nelle vicinanze di Mosul che venne distrutta dallo Stato Islamico, costringendo i suoi abitanti a cercare la fuga.
Sì, vengono da loro. Mentre incontro i fratelli e le sorelle di Marango, chiama al telefono abùna Jalal, da Karakosh. E vengono anche portati dalla Provvidenza. Come quel ragazzo che capitò nel monastero per caso anni prima, dicendo: «Vengo dalla Francia e sono diretto in Grecia. Vado a piedi, e non ho con me né soldi, né telefono, né mappa. Se riuscirò ad arrivare al Monte Athos così, allorà accetterò l’idea che Dio esiste». Raggiunse il monte, e più tardi si fece monaco. O quella giovane coppia in bicicletta con un bambino cicciottello nel carrello, che arrivò dicendo: «Ci hanno detto che qui possiamo accampare. Siamo in viaggio per la Nuova Zelanda, ci arriveremo tra due anni».
Se le eterotopie esistono davvero, con quella loro funzione di compensare o purificare gli altri spazi occupati dalla società, beh, allora forse ne ho incontrate tre nel giro di poche ore. E se mi sono bastate poche ore per incontrarne tre, allora vuol dire che la loro densità è superiore a quanto uno possa pensare.
Basta cercarle; talvolta ti capitano addosso, mentre sei in viaggio.
Gianluca Solera