[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].
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Due biblioteche di due città d’arte, Mantova e Firenze: la Biblioteca Gino Baratta, che porta il nome di un noto critico letterario mantovano, e la storica biblioteca delle Oblate, importante ospedale fiorentino fondato nel XIII sec. d.C. (il termine “oblata” deriva dal latino, e significa letteralmente “colei che si è offerta”, ossia che ha offerto la propria vita all’opera di assistenza infermieristica altrui). Se Baratta rimanda alla missione della critica, che secondo l’Enciclopedia Treccani rappresenta quel complesso di indagini volte a consentire di formulare giudizî sulle opere dell’ingegno umano, le Oblate rimandano alla presa in carico, alla cura. Ed infatti, durante la presentazione del mio libro in quelle bibloteche, molto si è parlato della necessità di trovare i mezzi e creare le condizioni per “correggere la rotta”. A riprendere quest’espressione è stato padre Bernardo Maria Gianni, l’abate di San Miniato al Monte, che rileggerà alcune righe di Alexander Langer che introducono il mio testo:
«La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni e impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta.»
Che sia necessaria una correzione di rotta è sotto gli occhi di tutti. Padre Bernardo cita la frana che in questi giorni si sta mangiando la città di Niscemi quale fenomeno esemplare. Dobbiamo imparare a rallentare l’entropia, che misura il passaggio dallo stato di ordine a quello di disordine, ovvero di trasformazione irreversibile, di dissipazione dell’energia in calore, ultimo stadio del ciclo dell’energia ricevuta dal sole che misura il passaggio dall’ordine al disordine. La natura vivente contrasta questo processo, ne rallenta i ritmi, converte il tempo in organizzazione, producendo ecosistemi complessi, coerenti, dove gli scambi energetici avvengono in una rete ordinata di cicli interconnessi, generando un effetto appunto “neg-entropico”. Ma tutto questo non riguarda solo le leggi della biosfera. L’imam di Firenze Izzedin Elzir ricorda la dilagante banalizzazione della violenza che inquina le nostre società, e che contribuisce allo stesso modo a seminare il disordine. Tutto questo rimanda, infatti, alla questione di come attrezzarsi per assorbire i colpi delle crisi e ridurre i conflitti, le ingiustizie e i sentimenti d’odio nelle nostre comunità. Di nuovo, Padre Bernardo richiama la necessità di tenere insieme spirito e materia, perché propedeutico al contenimento del disordine. Dobbiamo raccogliere le energie fisiche e spirituali per tenere tutto insieme, e trasformare i semi della discordia fino a renderli innocui, anzi perché marcendo producano terreno fertile alla convivenza. E ancora Izzedin, invita a prendersi cura della vita quotidiana, a riconoscere le fragilità nelle comunità a cui apparteniamo: «Nel Corano, vi sono almeno dieci passaggi che ricordano che la vita non ha certezze, che siamo vulnerabili» aggiunge.
Che cosa dobbiamo fare allora? A Mantova, la letterata Bona Boni, che fu mia insegnante di liceo, riprende quell’immagine dei personaggi dell’Oltre, che alla fine del viaggio di Compagno e della sua guida padre Ignacio si ritrovano tutti all’ ET Café, dove si mettono a conversare insieme nonostante avessero vissuto in tempi e luoghi diversi, come in un esercizio di raccolta degli sforzi individuali.
«Dall’intensità dei loro scambi, dalla fraternità dei loro gesti non posso che dedurre che stiano lavorando per dare una chance al futuro, perché la fine dei tempi è il futuro anteriore, qualcosa che ancora non si è compiuto, ma che si è già manifestato, come mi spiegavi tu» osserverà padre Ignacio.
«Non credo che tu abbia volutamente tratto ispirazione dall’Orlando Furioso» commenterà la prof.ssa Boni nella saletta della biblioteca Baratta «ma sappi che nell’ultimo canto, l’Ariosto ritrova amici ed amiche come dopo un lungo viaggio, proprio in un porto come i personaggi del tuo Oltre, e lì godrà del loro conforto e gaudio».
Eh sì, abbiamo bisogno di non sentirci soli per riparare le cose di questo mondo, per correggere la rotta. Ma con chi farlo, a chi affidarsi? È l’interrogativo che si pone anche don Samuele Bignotti, giovane delegato per l’Ecumenismo della Diocesi mantovana. Ne avessi avuto la possiblità, avrei voluto rispondere ‘Agli amici’ – come l’Ariosto, che li citava uno ad uno alla fine della sua opera maestra. Ed erano tanti gli amici quella sera alla Baratta, amici di infanzia o dei tempi del liceo, o dell’impegno politico di gioventù, e potete immaginarvi il piacere di ritrovarli e di sentirli parlare en dialèt mantfan. A chi affidarsi dunque se non agli affetti, sempre più forti e sinceri delle ideologie? Cuore e ragione. Senza affetti, sarà difficile combattere la battaglia delle idee per un tempo lungo; soli, esauriremo le energie vitali molto prima di assicurare una correzione di rotta.
Dirà Compagno alla sua amata, di ritorno dall’Oltre:
«Una cosa deve esserti chiara. Scrivo, dico tutto questo per amore, lo scrivo perché senza di esso non potrei sostenere il peso di vivere prima dell’apocalisse. A cosa serve infatti l’amore se non a soddisfare il desiderio di vivere pienamente?»
Avevo lasciato da poco la mano di mia madre, prigioniera di una demenza senile, inesorabile quanto l’entropia, ed ora costretta ad un letto di ospedale per un’infezione che le ha preso le gambe. Non nascondo che non sono riuscito a trattenere il pianto al vederla così. Sono state però due lacrime sottili all’angolo dei suoi occhi che mi hanno divorato, ed allo stesso tempo – passato il primo momento di vuoto silenzio – che mi hanno caricato di testarde energie, quelle alimentate dal ricordo di una donna che ha dedicato tanto ai propri figli. Come ha faticato, quanti sacrifici ha sostenuto una madre così!
Dobbiamo ricorrere a tutto il buono di cui siamo capaci per suscitare motivazioni e impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta. In primo luogo, agli affetti, motore dell’anima. Anna Meli, presidente di COSPE Onlus, ci chiede di cosa dobbiamo essere capaci, come ci possiamo preparare per fronteggiare le crisi di un mondo in bilico. Ed io penso a mia madre.
Di fronte alla crisi della biosfera, di fronte al disgregamento dell’ordine liberale, siamo pronti ai sacrifici? Perché, siamo onesti, senza sacrifici, non ci salveremo. Siamo pronti a rimettere in discussione i nostri stili di vita e a consumare di meno? Siamo pronti ad essere presi di mira, derisi e forse bastonati per difendere libertà e giustizia? Siamo pronti a rischiare un licenziamento o lo spettro della disoccupazione per ripristinare dignità sul lavoro? Siamo pronti a sopportare la violenza della guerra se arrivasse nelle nostre città, mossa da qualche affamato imperatore?
Solo un pazzo risponderebbe di sì. Ma cos’è la pazzia se non un giuramento a provarci? E padre Bernardo apre una pagina del libro, e legge quanto dice Compagno prima di congedarsi da padre Ignacio:
«Ecco, abbiamo bisogno di un giuramento di fedeltà al pianeta, che impegni le persone e i territori in cui vivono, in cui uno non pesa più di un altro, non vale più di un altro, non ha più privilegi di un altro per quello che produce o consuma, decide o provoca. È qualcosa di difficile da immaginare, ma necessario. È la follia dei giusti. È sovversivo pensarlo, ma è quello che ho imparato. I segni che ho visto mi hanno atterrito, ma anche fatto capire che non tutto è perduto».
Mentre guardo i video della guerriglia urbana scatenatasi a Torino il 31 gennaio scorso, alla fine di una popolare e pacifica manifestazione contro la chiusura degli spazi di Askatasuna, mi trovo già in terra libica. In famiglia, tutti di Sinistra, ci becchiamo a colpi di messaggi sul gruppo WhatsApp, perché io non trovo ragioni per giustificare le manganellate e le martellate, che vengano dalla Polizia o dall’arcipelago della rabbia sociale. Ho solo le parole di Pasolini da mettere avanti: «A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, la vostra! In questi casi, ai poliziotti si danno i fiori, amici.[1]»
Deliro? Forse sì, deliro. Ma si è mai vista una correzione di rotta che indebolisca le forze della repressione e i poteri forti, in vece di rafforzarli come sovente occorre (ed è purtroppo occorso a Torino), senza un briciolo di umana follia?
Gianluca Solera
[1] Frammento dalla poesia « Il PCI ai giovani” (in L’Espresso, 64, giugno 1968).