[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].
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Milano è veramente una città elegante, non me la ricordavo più così elegante, per questa sua indelebile caratteristica. Arrivo sotto le guglie del Duomo, e la concentrazione di ristoranti puliti, negozi di moda e macchinoni è impressionante. Ospite dei Gesuiti a piazza San Fedele, non posso credere di trovarmi il Teatro della Scala e la Galleria Vittorio Emanuele dietro l’angolo. Sono insediato dallo sfarzo della Milano degli status-symbols. I Gesuiti, forse anche per poter sfuggire alla morsa dell’ostentazione del benessere materiale che plasma il cuore della città, dove ormai non vive quasimai più nessuno, si sono redistribuiti in tanti luoghi diffusi nel tessuto urbano meneghino, per essere appunto “i Gesuiti di Milano”, e non del suo quartiere-vetrina, in quei giorni al massimo del pavoneggiamento olimpico. C’è chi vive nell’omonimo Centro sito in piazza San Fedele, ad esempio, ma lavora all’Istituto Leone XIII, o chi fa il contrario, vivendo a Vilapizzone e lavorando al San Fedele, che ospita ad esempio la redazione di Aggiornamenti Sociali, offre servizi di accompagnamento sanitario a chi vive in situazioni di emergenza e marginalità sociale, e rappresenta uno spazio di dibattito culturale e riflessione spirituale e sociopolitica.
All’aeroporto, la corsa ad esserci nella Capitale italiana dell’ostentazione i giorni delle Olimpiadi invernali è più che evidente. Incontri americani e brasiliani che arrivano a Malpensa con degli sci in borsoni più grandi di loro, o arabi dal passaporto giusto che esaminano le vetrine delle Grandi Firme della hall. Delle 93 nazionalità presenti ai Giochi, non ce ne sono più di una dozzina che si fanno notare tra il pubblico. Per gli altri, per ragioni di visti o di costi, il viaggio a Milano è probabilmente inaccessibile. Sarà che lo sport unisca ancora le nazioni; quel che è certo è che lo sport moderno, capitalistico e mediatico, divide i ricchi dai poveri.
Raggiungerò i locali della Fondazione Mudima camminando a lungo, fino ad arrivare in un quartiere un poco più popolare, un pezzo del barrio gay, mi spiegano, dove passo davanti a locali di shisha e ristoranti asiatici. Prima di arrivarci, però, attraverserò un angolo della ‘Milano da bere’, dove mi metterò a osservare con avida curiosità ogni suo metro quadrato. Non ricordo più i nomi di tutti gli stores di moda che ho incontrato lungo il mio cammino, in particolare percorrendo via Pietro Verri e via Sant’Andrea, non solo gli Armani, i Gucci o la Bottega Veneta, ma tanti altri che nella mia ignoranza non ho memorizzato perché a me poco conosciuti. L’eleganza aveva alcune caratteristiche distintive, veri e propri codici di riconoscimento: all’entrata, uomini in lucide giacca e cravatta, giovani sovente di pelle scura e dai modi rigorosamente cortesi; calzature, oggetti in pelletteria o capi di abbigliamento vengono esposti come delle opere d’arte in un museo, al punto che gli stores paiono sostanzialmente vuoti; e sulle vie circostanti, camminano ragazzi con gli occhiali da sole e i capelli stirati come mannequins alla Antony Morato, le cui acconciature mi è difficile indovinare se concepite per un uomo o per una donna. L’eleganza scolpita, allo stato puro.
E per questo, non mi sembrava più fuori luogo presentare questo mia libro in una fondazione d’arte contemporanea, né che una parte del dibattito durante la serata volgesse al tema della bellezza. La giornalista Paola Martino sceglierà un passaggio del libro sulla bellezza, che leggerà lei stessa:
Il padre si fa più scuro in viso, poi d’improvviso ride leggermente, si alza in piedi e dice: « Sai chi è Bob Marley?».
«Oddio, ora anche i preti ascoltano il reggae?».
«Anche la musica è bellezza… Beh, ascolta questo: pare che a Bob Marley gli sia stato chiesto se esistesse una donna perfetta. E lui pare rispose: “Chi se ne frega della perfezione? Nemmeno la luna è perfetta, è piena di crateri. E il mare, così incredibilmente bello, è scuro e salato. Quindi, tutto ciò che è bello non è perfetto: è speciale”. Speciale per qualcuno».
«E se quanto è speciale per me viene distrutto o perduto?».
«Continua ad amarlo, perché così facendo continuerà a vivere, anche se non lo potrai più vedere con gli occhi. E continuando a vivere, forse un giorno lo potrai di nuovo contemplare».
Quell’immersione nell’esaltazione dell’eleganza esteriore di Milano mi aveva disorientato – non sono mai riuscito a stare in un negozio di abbigliamento o di scarpe più di quindici minuti, prima di recarmi alle casse – ed era questa ambigua relazione con l’aspetto forse che mi aveva disturbato. La bellezza non è perfezione, è essere speciali, speciali agli occhi di qualcuno. Abùna Ignacio aggiungerà che nel bello sono implicite le dimensioni della gratuità e dello stupore. Pensiamo ad un paesaggio mozzafiato, che ci disarma, ci rende innecessari spettatori di qualcosa straordinariamente più grande dell’operosità umana, oppure pensiamo a una persona dai bei lineamenti, che non potrai mai possedere in cambio di un baule di gioielli, ma solo attraverso i misteri delle vie del cuore.
«Solo ciò che è buono è veramente bello, è bello quanto è anche buono» commenterà l’ecclesiastico rivolgendosi a Compagno, mentre parla della bellezza e della sua vacuità, di quando si limita ad identificarsi con la fenomenologia della scorza esteriore.
Yasmin Hassoun, che aveva firmato la primissima recensione su questa mia opera, su Focus Méditerranée, si chiederà se questo libro tenta attraverso il dialogo incessante tra Compagno e Abùna Ignacio di aprire un varco per ricostruire le relazioni tra le generazioni, e così alimentare le speranze nel futuro. «Certo», non posso che rispondere di sì. Così come quando Paola mi chiede se non abbia voluto – attraverso l’immaginario letterario – contruibuire a rafforzare la consapevolezza civile di fronte alle minacce distruttive che incombono su tutti noi. «Certo che sì»; con i pochi mezzi e talenti che ho, sì.
E così tentano di fare tanti altri, come gli amici che ritrovo dopo anni: Claudia Zanfi, che ha investito molto tempo nella promozione dell’apicultura urbana attraverso arnie disegnate da degli artisti, contribuendo a trasformare il senso dell’abitare e dell’appartenere al cosmo a partire dalle piccole cose. Oppure Gilberto Rossi, che da infaticabile ecologista, da spina nel fianco di certa Sinistra ‘salmone e prosecco’, ‘social networks e nepotismo’, mantiene ancora vivo con le sue battaglie contro il cemento e i grandi affari il sogno della politica libera dagli interessi di parte e gratuita. Per il gusto del bello.
È solo alla fine della presentazione, parlando con le responsabili di Fondazione Mudima, che mi rendo conto del perché sono finito a presentarlo lì, del perché l’idea di Paola di chiedere a quella fondazione era stata vincente. Milano è un posto talmente generoso di eventi e opportunità, che trovare un luogo in cui parlare di questo libro non è stato facile. Spento il microfono, mentre siamo ancora coccolati da datteri, vino e tarallucci, Serena e Irene si avvicinano e mi portano un regalo. È un libro di memorie di viaggio di Gino Di Maggio, il padre di Irene, colui che aprì questa fondazione, e che apparteneva al gruppo di Alfabeta, la rivista a cui collaborava anche Umberto Eco. Il libro si intitola ‘Quello che so io dell’Islam’. Solamente dunque a quel momento capii perché avevano accettato di ospitarmi. Gino è un comunista, che ha lavorato in giro per il mondo, vendendo ad esempio macchinari agricoli, e che ha attraversato numerosi Paesi musulmani.
Durante il viaggio di ritorno in Libia, ho letto in un soffio quel libro, che mi incuriosiva. A parte alcune valutazioni geopolitiche relative a Siria e Libia, che non condivido, e che spero presto di discutere con lui, ho trovato che in poche righe Di Maggio smonta tanti pregiudizi, che stanno alla base di molti dei disastri odierni. Da imprenditore che ha frequentato stabilmente per anni molti di quei Paesi, scrive: «Ho conosciuto centinaia di persone e naturalmente tutti, dal primo momento, sapevano che ero stato battezzato cattolico, e guarda caso nessuno, ma proprio nessuno, in questo lunghissimo arco di tempo, ha avuto mai niente da ridire. Vorrei anche aggiungere che i miei amici musulmani sapevano anche che professavo idee comuniste e mai me ne fecero un rimprovero. Al contrario, alcuni di loro si divertivano, per intere serate, a mettere a confronto i suggerimenti contenuti nel Corano […] con quelli che a memoria ricordavo di aver letto sui libri di Karl Marx, per dimostrarmi che i precetti del Corano erano più forti, più efficaci». Di Maggio, collezionista, editore di riviste d’arte, ama il bello, e forte di questa sensibilità si interroga su ciò che è buono, al punto di non sopportare i preconcetti e gli stereotipi con cui i più forti hanno sempre giustificato il male che facevano ai più deboli. Per concludere, scrive: «La capacità espansiva del Cristianesimo si è parzialmente esaurita. Forme di corruzione sempre più presenti, unite a un’etica contradditoria, sempre più equivoca e ipocrita, evidenziata dalla necessità di parlare agli ultimi e degli ultimi mentre si vive nel lusso e nell’agiatezza più sfrenata, sotto la protezione e allo stesso tempo elargendo protezione a potenti, corrotti e criminali di cui la Terra sfortunatamente abbonda, rendono il futuro del Cristianesimo non radioso, ma fosco».
Una delle cose che dobbiamo fare è riscoprire quanto sia bello fare del bene, quanto diventiamo più belli, luminosi e solari facendo del bene. Crediamo veramente che sia possibile la bellezza senza la giustizia? La verità è che, senza giustizia, non ci può essere riconciliazione, e senza riconciliazione, non ci può essere bellezza.
Lo sfarzo, la civetteria, il manierismo estetico, non elargiscono bellezza, anche se si adornano di oggetti belli in sè, perché quegli oggetti sono assolutamente vuoti di utilità. In via Pietro Verri e via Sant’Andrea, l’esaltazione degli oggetti è strabiliante. Il mio occhio cade su un paio di scarpe sportive femminili, che ora chiamano snikers, che costa ben 890€. Una cifra che corrisponde a quanto riesce a guadagnare in un mese un rider della Glovo a Milano centro, lavorando con la bici elettrica dodici ore al giorno, senza ritardi nelle consegne. E sono sovente degli stranieri quelli che accettano condizioni di lavoro schiavistiche come queste. Cosa c’è allora di bello nell’indossare quelle snikers quando attorno a te vivono e lavorano persone in condizioni sub-umane, che magari si prendono anche le parolacce? Beh, nulla. Occhiali da sole, capelli stirati, capi firmati? Nulla, proprio nulla.
Un grande vuoto, esteticamente perfetto, ci circonda, lo riempiamo di campionati di calcio drogati di soldi, festini olimpici esclusivi che esaltano la fratellanza, addobbi vestimentari a tempo determinato, ideologie socio-politiche suprematiste, e vocaboli che sprizzano odio e disprezzo a pié sospinto.
“I giudici ci costringono a risarcire i clandestini” è il titolone del quotidiano milanese Libero del 15 febbraio 2026. No worries, digeriremo anche l’eco delle peggiori parolacce, o le bugie svergognate, ordinando una saporita cena da asporto. Tanto sarà un Abdul o un Mamadou a consegnarcela, pedalando come un dannato, per soli 2,50€.
Gianluca Solera