[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].
+ + + + + + +
Ormai erano passate quarantotto ore dalla chiusura delle urne referendarie sulla riforma della Giustizia quando arrivo nelle campagne del Viadanese: l’aria è leggera, e lo spirito ancor di più. Anche in questa terra a maggioranza leghista, dove il ‘sì’ aveva prevalso, si respirava leggerezza, come se in fondo avessero tutti accettato che sia meglio che sia andata così. A chi diceva che la Giustizia sarebbe andata a rotoli se non fosse passata la riforma, bastava ora rispondere, con il minimo sforzo, che se ha funzionato finora, così continuerà a funzionare. Mentre quelli che hanno votato ‘no’, come il sottoscritto, potranno raccontare con un pizzico di ironia che i disegni che avrebbero permesso all’Esecutivo di “punire” gli autori di sentenze ritenute politicamente inopportune, oppure di innescare meccanismi di autocensura tra i giudici pur di non emettere sentenze che potrebbero causar loro problemi, sono stati seppelliti sotto quintali di foglietti.
E l’aria è anche leggera perché è iniziata la primavera astronomica. Siamo in piena campagna, non più referendaria; è una campagna piena di alberi, pioppeti da cui estrarre polpa di cellulosa o materiale legnoso, di quello adatto ad esempio per le imbarcazioni da diporto. Attraversiamo il fiume sul ponte di barche di Torre d’Oglio, che attira tanti visitatori perché è uno degli ultimi che continua a restare operativo in Norditalia, e forse il più suggestivo. Siamo all’imbrunire: è come immaginare di fare un viaggio indietro nel tempo, quando ancora scendeva una nebbia tale che non si fendeva neppure con un coltello, e a malapena intravedevi un’auto avvicinarsi all’attacco del ponte sulla riva opposta. Il fiume Oglio è bellissimo, forse è inquinato, ma almeno è azzurro, e non del colore del fango come il grande Po è da queste parti, quando si ingrossa.
Ed è bello pensare che la famiglia di Padre Paolo Dall’Oglio venisse proprio dal Mantovano. Dall’Oglio all’Oglio, mi sento un ambasciatore che porta un suo messaggio.
Pioppeti, ma non solo, vi sono boschi ripariali, e vi sono sperimentazioni verso un nuovo connubio tra agricoltura moderna e recupero della natura. Dietro corte Buvoli, un esempio stupendo di edilizia agricola del 1750, dove verrò ospitato, Enzo mi mostra una sezione di «pioppeto policiclico», dove ai filari di pioppi si alternano noci, querce, olmi o carpini, e dove quando i pioppi sono maturi per il taglio, non viene fatta tabula rasa del bosco. Enzo – lo zio di Michele, il giovane coordinatore dell’associazione che organizza la presentazione del libro, gli «Amici della biblioteca di San Matteo» – ha messo delle fototrappole nel bosco, ed ha fotografato caprioli, volpi, ricci, rapaci notturni, picchi e pure un istrice, «Anche se mi manca il tasso» aggiunge, oltre ad aver trovato le impronte di un grosso ungulato. Per essere in Pianura Padana, nota per essere diventata una sorta di deserto biologico, non è un cattivo risultato. L’Homo politicus, però è sempre in agguato, e mentre andiamo in trattoria, Michele mi spiega che la Regione Lombardia ha abolito gli incentivi per la pioppicoltura estensiva, alias «policiclica», che compensava i proprietari delle arboricolture del minor ritorno della vendita dei pioppi per aver ripristinato la biodiversità rurale. «Saremo costretti ad abbattere una parte del bosco naturale per ritornare alla pioppicoltura intensiva, e stare nei costi. Peccato che a Milano non si rendano conto che, mescolando le piante, la popolazione di insetti infestanti si riduce notevolmente». Legno più sano, meno pesticidi, ma Milano non vuole più pagare per questo. Luciano, il padre di Michele ormai in pensione, si diverte a zappare la terra attorno ai pioppi e ad ammazzare le larve del tarlo-vespa con il filo di ferro: sono così poche che gli basta andare a caccia, invece di irrorare.
La politica ormai fa un passo avanti e due indietro, e sono passi soventi fatti per ideologia – essere contro il Green Deal, o contro gli “ambientalisti fanatici” – o per tutelare alcuni settori economici, che non intendono pagare i costi sociali e ambientali che il settore genera. Oppure si fanno per forza di inerzia, senza interrogarsi sul perché si dovrebbe continuare ad agire come si è sempre agito. Di passaggio a Mantova, mi ha sorpreso sapere che un nuovo grosso supermercato, si tratta dell’Eurospin, verrà costruito nella valle dell’ex-lago Paiolo, dove la campagna entra ancora in città, e dove resistono ancora boschi e boschetti planiziali, e attorno ad esso sorgeranno nuovi edificati di cemento, con due risultati: consumo di suolo, da un lato, e ulteriore chiusura di negozi di vicinato e commercializzazione della distribuzione alimentare, d’altro lato. È vero che il sindaco di Mantova dichiara di aver ottenuto dai proprietari di quei terreni una riduzione del 68% della superficie edificabile inizialmente prevista, ma saranno comunque quasi cinquantamila mq ad essere urbanizzati in uno dei cuori del Parco del Mincio[1]. In questo caso, la Destra non c’entra nulla; a Mantova governa da sempre la Sinistra, e quello che ora si chiama PD. Insomma, campagne referendarie sempre, ma al posto delle campagne vere. È la politica del gioco degli specchi, dell’apparire e del simulare, del promettere e del ribadire. Senza cambio di rotta…
Al cinema Lux non si proiettano più film dal 2012, ma gli «Amici della biblioteca di San Matteo» hanno trasformato questa palazzina dalla facciata geometrica, a forma di merlo di castello, in una sorta di circolo letterario, ridando fiato allo scambio di pensieri e alla vita culturale di questa località di settecento anime, circondata dalle acque dell’Oglio. D’altronde, sono già riusciti a raccogliere quasi quattromila volumi nella biblioteca, ovvero più di 5 per abitante, un risultato straordinario se si pensa che in provincia di Mantova il record di “beni” per abitante è tuttora detenuto dal numero di maiali, in media 2,5 per ogni residente[2], e che nelle vicinanze di San Matteo di maiali ve ne sono ben ventimila. Idee e acque, pensieri e paesaggi, un connubio perfetto, perché San Matteo delle Chiaviche porta nel nome un relazione millenaria con il fiume. Le chiaviche sono manufatti idraulici con paratoie per regolare lo scolo delle acque da canali o campagne. All’entrata del paese, l’impianto idraulico di epoca fascista, che tuttora regola le acque affluenti nell’Oglio da un vasto bacino di circa 32 mila ettari, riceve visite di studio tutto l’anno. E la cappellina di origine seicentesca della Madonna dei Correggioli, situata in zona golenale, alla confluenza dell’Oglio nel Po, è tuttora solitario luogo di preghiera e di richiesta di grazie, a una Vergine «dei boschi» che ha già salvato a più riprese il borgo dalle inondazioni.
Non ci si deve stupire se anche questi piccoli borghi riescano a far crescere persone con idee nuove e il gusto dell’intrapresa. L’attuale presidente della Sezione italiana dell’Associazione internazionale d’impatto ambientale viene da queste terre, e Luciano, che la mattina seguente mi accompagna alla stazione di Mantova quando ancora non è l’alba, ha viaggiato da solo per montagne e selve del mondo.
Michele, un cultore delle lettere classiche, durante la presentazione solleva un interrogativo di fondo: come facciamo a non rassegnarci al declino, al degrado, alla catastrofe, o semplicemente all’egoismo? Non ho certo la risposta, ma mi affido all’idea del viaggio di conoscenza, alla capacità di osservare quanto succede attorno a noi, nel regno umano come in quello vegetale o minerale, parte essenziale del nostro strumentario di sopravvivenza. E ancora, alla capacità di cogliere gli elementi vivi delle culture che ritroviamo nella comunità in cui viviamo, anche di quelle che non ci appartengono. E infine penso al concetto arabo di badaliya, la sostituzione: il «prendere il posto» di qualcun altro per salvarlo e redimerlo, attraverso atti di solidarietà, di vicinanza o affetto, facendosi carico delle sue sofferenze, sacrificando tempo e energia per il suo riscatto. Non certo “fregando” i più deboli, come faceva quel santone che Luciano incontrò in Colombia, un tale Kelium Zeus, che ammaliando i seguaci con una forma di sincretismo post-moderno che mescolava taoismo, buddismo, rune celtiche e vegetarianesimo, comunicava con i gesti pretendendo di guarire i malati terminali o di confortare i disperati senza più buone ragioni per vivere. Luciano perse tutto il suo vigore fisico quando si fermò nella comunità del santone, a forza di mangiare la polpa dei semi di quell’arbusto che chiamano caña fístula; ma fu anche piuttosto fortunato rispetto ad altri, costretti a devolvere al santone il 20% dei propri stipendi, sotto gli occhi delle guardie armate. Tornò a casa mandando in mona quel ladro cialtrone.
In fondo le risposte meno pericolose stavano ancora nel paese dove era cresciuto, nelle piccole cose che si fanno per ripristinare spazi di armonia, per assorbire l’onda dell’entropia che gli uomini accelerano con le loro pratiche distruttive. Parlo di risposte come i boschi policiclici, o le biblioteche di campagna.
Campagne non referendarie, campagne vere, ne abbiamo perso l’abitudine, non sappiamo più distinguere un albero da un altro, e neppure una stagione dall’altra, Eurospin o Esselunga ci nutrono, e a malapena ci serve più saper cucinare; con un telefono o un aereo ci spostiamo, senza lasciarci “rapire” dagli spazi in cui mettiamo piede, e senza serbare memoria delle condizioni del posto da dove proveniamo.
A corte Buvoli provano a inventarsi un futuro, ristrutturano i vecchi caseggiati per ospitare chi cerca di trovare un poco di quiete e dell’aria pulita per qualche giorno, lontano dalla città. Con i libri, ricreano le condizioni per sperimentare periodi di otium, così necessario per il nostro equilibrio psicofisico e l’arricchimento spirituale. Con gli alberi, recuperano terre che si erano svuotate della loro ricchezza biologica, riducendosi a lande vuote e contaminate. Mentre scrivo queste righe, ormai lontano dalle campagne virgiliane, un bagliore improvvisamente si manifesta ai miei occhi: «Ma certo, cavoli, quella domanda sulla rassegnazione, era una trappola! Chi l’ha fatta aveva già la risposta! Sono io che devo cercarla, sono io che devo rimettere in discussione il mio stile di vita, il mio modo di stare al mondo».
E se un giorno andassi a vivere in campagna?
Gianluca Solera
[1] L’area venne messa all’asta nel 2021. Fosse intervenuto il Comune all’epoca, acquistandola o imponendo un vincolo di inedificabilità, non avrebbe dovuto mettersi a negoziare con i nuovi proprietari. Consultate la Gazzetta di Mantova per maggiori dettagli.
[2] Al 1° gennaio 2025 la popolazione residente totale mantovana è di 407.312 (Provincia di Mantova, 2025).