[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].
+ + + + + + +
La cosa più straordinaria della Puglia, almeno geograficamente parlando, è che per trovare la natura non devi salire in montagna, ma cercare i buchi, gli anfratti, che da queste parti chiamano “gravine”. Se dalle alture di Grottaglie guardi verso l’orizzonte, la campagna ti apparirà omogenea, fatta a tratti di oliveti o aranceti, a tratti di eucalipti o pascoli; non noterai le gravine se non avvicinandoti e trovandoti all’improvviso sul loro margine. È un mondo al contrario, dove piante ed animali hanno trovato rifugio dall’antropizzazione protetti dalle fratture di un terreno carsico. Le gravine, non per niente questa ridente località si chiamava Criptalium, furono anche luogo di insediamento di popolazioni preistoriche e storiche, e di edificazione di chiese incastrate nella roccia, come quella del sec. VI-VII che stava nella gravina del Fullonese. È con Enzo Pilò che ci infileremo verso il basso, per scoprire orchidee di campo, querce antiche e upupe in volo, perderci tra sentieri mangiati dall’erba alta o disegnati sul bordo del dirupo, fino a risalire al convento semi-abbandonato dei Cappuccini, dal cui cortile interno riusciremo ad uscire solo sfilando il chiavistello del portone e alzando la trave di sicurezza, per poi – una volta sgusciati in strada – lasciare che la trave spingesse il portone di nuovo nella sua posizione di chiusura. Un’avventura.
Enzo era il personaggio adatto per questa passeggiata. L’avevo conosciuto una decina di anni fa, quando venni a presentare Riscatto mediterraneo. Con la moglie Angela, gestisce nella città vecchia un centro di accoglienza per minori non accompagnati, dove – da quando è morto il modello SPRAR grazie al signor Salvini – non si occupano più di richiedenti asilo, né li accompagnano più nel percorso verso il riconoscimento dello statuto di rifugiati, a meno che non siano bambini o soggetti vulnerabili. Camminando, dice la sua: «Il decreto flussi? È fatto per non funzionare, e alimenta pratiche criminali. Sarebbe molto più semplice regolarizzare quelli che sono già sul territorio». All’epoca, avevo visitato il centro e anche gli spazi della Summer School fuori città. Con Marzia Benicchi e i compagni del Circolo ARCI e del Coordinamento per la Palestina, sono gli artefici del mio ritorno in terra tarantina. Terra di lotte sociali e di gusto per le belle cose. Le due cose insieme, come è giusto che sia.
La presentazione del libro si svolgerà all’aperto, sotto le mura del castello, sui divanetti del caffè letterario Casa Merini. Un pubblico attento, una brezza leggera, bella compagnia, anche quando saremo ad assaggiare le prelibatezze del trattore di Via delle Torri 26.
Marzia è una donna piena di energia, e nonostante l’età e il bastone da passeggio è la madrina di tutti i compagni e le compagne della cittadina. «Perché un romanzo?» mi chiede, e a me viene in mente Bruce Chatwin, e quel suo meraviglioso diario di viaggio The Songlines. Un romanzo di viaggio, in fondo, un viaggio nell’Oltre, attraversando luoghi immaginari ma pieni di cose che succedono nella realtà, un romanzo che traccia un cammino esplorando le crisi del mondo moderno, una sorta di line anche quella, dove ad unire i luoghi dell’Oltre non sono suoni, ma dialoghi, scambi, ragionamenti. Ed è così che mi sento anche in questa terra di Puglia, dove le cose più belle si scoprono guardando il mondo alla rovescia, come quando ti trovi sul bordo di una gravina. Il grande tema, che ritorna sovente ovunque vada, è quello dello sviluppo, o se volete del modello di sviluppo.
«E il ritorno a Sud, è in corso?» chiedo questa volta io a Enzo. Grottaglie è per eccellenza il borgo della ceramica, ancora in gran parte artigianale, ma la ceramica, a parte qualche eccezione con l’apertura di canali di vendita all’estero – come mi racconta Antonio Fasano nel suo negozio con i soffitti a botte, mentre mi mostra una foto d’epoca di un suo antenato e padre della ceramica tarantina – resta legata ai turisti che salgono i pendii della cittadina.
Taranto si trova a circa venti km da Grottaglie. La città capoluogo, che aveva ancora qualche decennio fa duecentomila abitanti, negli ultimi vent’anni ne ha persi ventimila. «Ebbene sì» conferma Enzo «continuiamo a perdere abitanti. Di ritorno a Sud, a parte qualche sporadica comunità di tedeschi, come gli anarchici di Urupia, non se ne parla». La crisi industriale dell’ex-Ilva, l’acciaieria, ha inferto un ennesimo pesante colpo. A cena, la sera, si contesta il carattere trainante del turismo. A Taranto, arrivano ora le crociere, ma come arrivano, così potrebbero decidere di cambiare rotta: è il carattere effimero e irrequieto del turismo, che se non accompagnato da politiche di valorizzazione sostenibile delle risorse locali e di diversificazione delle attività economiche, lega il destino di una terra alle logiche di rapina dei flussi di massa. Enzo rimpiange l’epoca di quando a Taranto vi erano sessantamila operai e una classe operaia combattiva: era la FIAT del Sud. I dibattiti tra i compagni della zona sono accesi, e non tutti sono per chiudere la produzione dell’ex-Ilva, ora in gestione commissariale e in vendita per la quarta volta.
«Il rischio» mi racconterà Marzia «è che si acquisti per chiudere. E la Sinistra è divisa, perché il gruppo di Cittadini Liberi e Pensanti vuole la chiusura delle attività siderurgiche e la riconversione integrale del territorio, ma non tutti la pensano così, ne discutiamo spesso, anche a Grottaglie…».
Cittadini Liberi e Pensanti sono gli stessi che organizzano il concertone del 1° Maggio a Taranto, diventato un evento nazionale ormai, grazie al ruolo di traino dell’attore e regista Michele Riondino; eppure Enzo invita a guardare di traverso: «Ho l’impressione che dietro agli slogan di una Taranto pulita, vi sia una certa visione antioperaia, e che ormai sia sorta una specie di ‘economia della propaganda’, dove si parla di futuri scenari e non si arriva mai al dunque, mentre alcune carriere politiche ne beneficiano ed altre attività come lo stesso concerto del 1° Maggio crescono. Io, però, non voglio una ‘economia della propaganda’, voglio un piano di reindustrializzazione a basso impatto ambientale. Ci rendiamo conto che perdere l’acciaio significa perdere un pezzo di industria nazionale ed un pezzo di cultura del lavoro?».
È una grande questione, quella del lavoro, perché il lavoro non solo dovrebbe dar da mangiare, ma farlo rispettando la dignità della gente, farlo facendo sentire ai lavoratori che fanno qualcosa di importante per sé e per la comunità, e farlo senza avvelenarla né metterla davanti al ricatto della disoccupazione. Sono tante cose insieme: io stesso, che sono cresciuto a ridosso del polo petrolchimico di Mantova, ho ascoltato per anni tutto e il contrario di tutto. Una volta, quando scrivevo per il settimanale cattolico La Cittadella, dopo un articolo in cui criticavo le emissioni inquinanti della raffineria Icip-Total, venni convocato dal direttore generale della raffineria, che mi chiese di pubblicare un pezzo che bilanciasse la cattiva immagine che avevamo dato dell’impresa. Andai a intervistarlo, e sapete cosa mi disse? «Il primo obiettivo della nostra impresa è la salute dei cittadini». Se il pastore di anime Elias Canetti avesse letto quell’intervista, si sarebbe fatto una sonora risata, e poi – ritrovando la sua compostezza – forse avrebbe ripetuto quello che dice a padre Ignacio a proposito della prepotenza degli interessi:
«Il furore del loro accrescimento sta oggi racchiuso in una produzione che è idolatra. Che sia di armi o di beni di consumo, il dominio si esercita attraverso la superiorità della forza, l’estrazione delle risorse e la conquista dei mercati. Portalo dove muore il lavoro e la sua dignità, e dove non restano che merci e compratori, e il miraggio del denaro facile. Capirà».
Sì, forse, capirà, forse. Quel che è certo, è che sentiamo la mancanza di una cultura operaia di lotta e solidarietà. Lascio Grottaglie con nostalgia, e Marzia mi ringrazia per essere ritornato a parlare di futuro e mondi possibili nella sua terra, ma sono io che devo ringraziare lei. I treni che mi porteranno prima a Bari e poi a Lecce saranno strapieni di turisti e visitatori, anche se l’aria condizionata ne ammazza le parole. Portano denaro fresco, quei passeggeri, ma io rimpiango quelle famiglie operaie che andavano in villeggiatura dopo faticosi mesi di lavoro, e portavano un poco di cultura di città in campagna, e di freschezza di campagna in città. Queste orde di turisti tecnologicamente avanzati, che corrono da un luogo all’altro senza quasi rendersi conto di cosa li circonda, cosa ci porteranno a parte un poco di liquidità?
La fortuna vuole che a Lecce sia ospitato nelle stanze delle Manifatture Knos, una ex-scuola di metalmeccanica sita alle porte della città storica, nel cui enorme e unico padiglione laboratoriale diverse associazioni portano ora avanti le loro attività imprenditoriali, sociali e culturali. Quattromila metri quadri, un tempo pieni di macchinari industriali pachidermici. La vecchia scuola professionale si chiamava CNOS (Centro Nazionale Opere Salesiane), e il gruppo di associazioni che hanno riaperto questo spazio destinato originariamente all’oblio hanno sostituito la C con una K, ma hanno mantenuto la vocazione alla ricerca e alla formazione. Oggi, vi è una ciclofficina, una scuola d’arrampicata, laboratori di stamperia laser, sartoria e serigrafia, una sala prove, e tante iniziative culturali. È una forma di reindustrializzazione che abbraccia produzione materiale e produzione culturale? È curioso incontrare attorno a te pitture murali accanto a macchinari da tornitura, juke-box anni ’80 in vendita sotto colonne portanti in cemento, oppure alberi da frutto piantati strappando lembi di asfalto dal terreno.
Mariangela Schito, dell’ente di gestione delle Manifatture, l’ATS 1xTutti, mi ha invitato a presentare il libro a mò di scommessa: «Come hai potuto vedere, le Manifatture Knos sono un luogo abitato da molte associazioni che sviluppano tra le più disparate attività» mi spiegherà «siamo in una fase di ridefinizione della nostra offerta culturale e personalmente mi piacerebbe riportare l’attenzione sulla letteratura, la lettura e le grandi tematiche del nostro tempo». Alla serata le presenze saranno ridotte rispetto a quelle che si aspettava, ma la sfida è appena iniziata, perché Mariangela ambisce a creare una comunità di riferimento che segua quel tipo di proposte. Sarò però accompagnato da due persone di eccezione, che faranno la differenza: la giornalista Lara Gigante e il regista teatrale Simone Franco. Lara imposterà le domande quasi fosse a definire i contorni di quella “comunità di riferimento” di cui parla Mariangela, per disegnare attraverso la narrazione letteraria i contorni del futuro che stanno immaginando alle Manifatture:
Il protagonista del romanzo appare inizialmente paralizzato, alle prese tra visioni alternative, rivelatrici e angosciose: incarna forse la nostra condizione collettiva? In che modo possiamo produrre codici di speranza sensati in questo segmento storico di aperta crisi interculturale? In che modo il Mediterraneo può funzionare come “laboratorio” di questa crisi globale? Come fare della fratellanza, di relazioni e responsabilità una forma di resistenza? La speranza non è qualcosa che arriva da solo, ma qualcosa che si costruisce, una responsabilità più che un sentimento: è qualcosa che si costruisce necessariamente insieme agli altri?
Simone interpreterà le letture scelte con la sua voce carica ed espressiva, messa in risalto dalle musiche che sceglierà; per lui il teatro è sperimentazione, e la sua terra salentina gli dà mille motivi per farlo, come le stesse pietre che ormai studia da anni, segni della storia naturale e di quella umana: dolmen, gravine, muri a secco, pietrefitte o triliti. Da esse, ha dato vita a una sua forma di ricerca artistica, lo stone balancing, che consiste nel tenere in equilibrio le pietre in sculture dal tempo definito, e con essa è arrivato in Cina, come una sorta di moderno Marco Polo, per portare e ricevere. Le pietre non sono l’unica cosa che rende questa terra speciale. «Una cosa che mi ha sempre affascinato è che prima dell’arrivo dei grandi conquistatori, come i Romani, i Normanni o gli Svevi, le popolazioni autoctone non erigevano mura difensive, semplicemente si ritiravano all’interno». Ovvero, popolazioni pacifiche che non vivevano nella prospettiva di essere minacciate. Bledar Torozi, un albanese ormai salentino da trent’anni e altra colonna portante delle Manifatture, è forse esempio vivente di questa tradizione di non-ostilità. Con loro, a cena conclusa, camminiamo per le strade della città vecchia intra-muros, ed è un concerto di palazzi e archi di tufo. Non sarà un caso se mi porteranno alla colonna di Quinto Ennio, poeta latino nato nella città messapica di Rudiae, alle porte dell’odierna Lecce, considerato il padre della letteratura latina, e che ispirò il mio conterraneo Publio Virgilio Marone. Con la differenza che Quinto Ennio scriveva in tre lingue, greco, latino ed osco, e non poteva che essere così. Scrisse:
Ego deum genus esse semper dixi et dicam caelitum –
Sed eos non curare opinor quid agat humanum genus:-
Nam si curent, bene bonis sit, male malis, quod nunc abest.
Io ho sempre affermato e sempre affermerò che esistono gli dei del cielo, –
Ma ritengo che essi non si curino di ciò che faccia il genere umano: –
Infatti, se se ne curassero, i buoni avrebbero bene, i malvagi male, cosa che così non è.
Aveva parole sagge, Quinto Ennio. È questa idea del cielo basso che porto via con me, quando di buon mattino prendo il treno per il Nord. Un cielo dove non cercare scuse sopra le nostre teste per quanto abbiamo fatto e faremo, ma piuttosto sotto il quale cercare pezzi di soluzione guardando alle venature della terra, e affidandosi a questa idea del ritrarsi in essa per ritrovare bellezza, ricchezza e benestare.
Gianluca Solera