[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].

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Brenzone sul Garda è sul punto di essere investita da centinaia e centinaia di Nordic Walkers, che organizzano il loro raduno annuale proprio qui. Muniti di bastoncini e indumenti sintetici, li incrociamo con Sonia Devoti sul ciglio della strada, passando per la frazione di Castelletto. Sono vestiti di tutto punto, sembrano fanti in procinto di partire in avanscoperta; molti di loro sono gruppi di amici, che si concedono un’uscita nella natura, prima di scegliere il nuovo consiglio direttivo dell’associazione. Il Comune di Brenzone, con le sue mulattiere che attraversano oliveti e querco-carpineti a mezza costa, oppure che si arrampicano fino a raggiungere i castagneti e i primi pascoli baldensi di Prada, sono il terreno adatto per cercatori di passeggiate.

«Anni fa, con un gruppo di Malcesine, sono arrivato fino a Garda attraverso sentieri e mulattiere. Trenta km a piedi» racconto a Sonia, consigliera comunale con delega alla Cultura.

«È una bella passeggiata» commenta «ma quando attraversi il territorio di Torri, sei circondato da cantieri edilizi e gru. È ancora bello, ma…».

Il “ma…” è la cementificazione selvaggia che è tornata ad interessare le sponde del lago negli ultimi dieci. Una vera guerra.

«Noi a Brenzone siamo ancora relativamente fortunati, i piani di espansione edilizia sono fermi, ma fino a quando lo resteranno?» si chiede Sonia. Il Basso Garda è ormai una periferia di villette, capannoni e parchi di divertimento, ti senti sulla peggiore costa romagnola, dove il mare non lo non vedi più, e ora il cemento risale verso l’Alto Garda, spavaldo e prepotente. Ti basta alzare la testa quando passi per Torri del Benaco e contare le gru per capire che è una vera a propria aggressione pianificata da tempo. Costermano sul Garda non è da meno, con la parte alta della conca di Garda blindata da cubi di cemento e vetro che si moltiplicano ogni anno in forma di nuove unità residenziali con vista a lago. Il mio cuore brucia di dolore ogni volta che rientro, perché sembra che il destino dell’area sia stato ceduto a una rete di costruttori -sovente altoatesini, che dispongono di macchinari potenti e avvocati capaci – e di sindaci senza scrupoli, mentre la ‘Ndrangheta ha messo piede in diversi cantieri, e il denaro arriva a fiotti. Qualcuno chiede l’istituzione di un distretto antimafia per il Garda, perché teme che quei capitali siano riciclati, ma la devastazione del territorio è già a uno stadio avanzato. La trasmissione Report si era occupata di un caso emblematico, il resort Cape of Senses, costruito sbancando letteralmente una collina. Un processo per illeciti edilizi è in corso, ma una parte di questi è stata sanata e il resort si vanta sul suo sito di essere una struttura ricettiva green.

In un modo o nell’altro, con sanatorie creative o piani di intervento supercaricati, il cemento avanza sempre, e la cosa straordinaria è che tutto viene approvato con tanto di timbro: le valutazioni di impatto ambientale strategiche sui PAT (i piani comunali di assetto del territorio); gli studi di incidenza ambientale dei piani esecutivi di intervento edilizio; i nullaosta paesaggistici sui cantieri; insomma, tutto. Sono numerosi gli esposti presentati da politici lungimiranti e associazioni del territorio in questi anni su diverse vicende urbanistiche o infrastrutturali, ma sembra che incontrino un muro di gomma, perché né i Carabinieri Forestali fanno sopralluoghi, né gli organi amministrativi indagano sulla non applicazione della procedura di valutazione di impatto ambientale, né quelli giudiziari sospendono i lavori.

Tutto sembra filare liscio, secondo la legge, e incontrando tanti comitati cittadini infuriati, mi sono fatto un’idea, anzi due:

– che viene completamente ignorato il concetto degli effetti cumulativi sul territorio, che non viene de facto mai studiato; che viene rimossa la questione della capacità di carico di un territorio nel suo insieme, per cui si progettano una, dieci, cento, mille ville, piscine, canalette fognarie, strade di servizio, banchine per la navigazione da diporto, e così via, quasi vivessimo su un’isola che potremmo chiamare Gardaland, come l’omonimo parco divertimenti, che si dilata quasi per incanto con gli anni.

– che qualcuno dovrà prima o poi indagare sugli organi amministrativi pubblici preposti ai controlli e al rispetto delle normative ambientali, paesaggistiche e urbanistiche, e che non fanno il loro mestiere.

«Prest ghè sarà massa aqua ne le piscine ch’an del lac» commenta provocatoriamente il maestro Andrea Bertera, consigliere comunale di opposizione a Torri e disperatamente in trincea per cercare di fermare la follia cementificatoria.

Nella sala civica del Comune, a Brenzone, leggerò un passaggio del dialogo tra il giovane rifugiato siriano Jàmal e il Pio, un vecchio pescatore gardesano, a mò di risposta a quell’interrogativo sul perché succede tutto questo:

«La gente non rinuncerà mai al turismo, anch’io, se ho un lavoro, è grazie al ristorante».

«Hai ragione, ma non c’è consapevolezza delle conseguenze che avrebbe sul turismo la perdita di questo patrimonio. E sai perché? È l’egoismo di quando hai dieci e vuoi cento, anche a costo di distrug­gere tutto, perché tutto finisce nel lago, anche gli scarichi delle mac­chine in coda sulla Gardesana!», Pio si gira e si versa dell’acqua. Poi riprende: «Con grande sincerità, ammetto che è molto difficile, se le istituzioni pubbliche se ne fregano. Quella è gente senza cuore. Invece di prendersi cura del lago, vogliono ancora toccare le rive. Se ghè qual­chedŏ là de sōra che l’a fat el lac, làssilo star. Làssilo star come el padre­terno el l’a fat!» grida Pio con tono invocatorio, alzandosi dalla sedia.

È così che il dialogo con il pubblico verterà sulla questione del “limite”. E la pietra con incisioni rupestri posta all’ingresso della sala civica – la cosiddetta Pietra di Castelletto – ci ricorda che non siamo che un piccolo segmento nel fluire della storia, e che restiamo minuscoli e insignificanti nella storia dell’universo. Tra altre cose, difficilmente interpretabili, sulla pietra si riconoscono incise anche asce e pugnali dell’età del Bronzo, a ricordarci l’imperativo della sopravvivenza, per garantirsi la quale non ci vuole solo la forza, ma anche l’intelligenza e il senso della misura, per non perire della stessa spada di cui abbiamo ferito gli altri e il pianeta.

«Qual’è la cosa di cui abbiamo bisogno per cambiare rotta?» chiede una signora di mezz’età.

«La sua è una domanda da un milione di dollari, signora, mi viene da pensare al fatto che dobbiamo recuperare il senso del limite. Il limite però, badate bene, non ha un’accezione negativa a mio modo di vedere. Dobbiamo riscoprirne la valenza positiva: fare le stesse cose meglio, impiegando meno risorse, e essere capaci di sentirsi felici con quanto riusciamo a fare, senza strafare».

Non sarà stata la risposta più azzeccata, ma nella mia mente si forma l’immagine di un conquistatore che pianta i piedi ad un certo punto della sua spedita avanzata, si gira e contempla il casino che ha prodotto. Allora si siede, si prende il tempo di pensare, poi si alza di nuovo e torna sui propri passi. Cede terreno, rinuncia a possederlo e dominarlo, e su quelli ormai attraversati ripara i danni provocati dal suo passaggio, crea ricchezza e relazioni, fa rete con la comunità e la natura. Rendendosi conto che avrebbe guadagnato meno potere se avesse continuato ad allargare le sue frontiere preso dall’ansia dell’accumulazione, le sue giornate si fanno più lente, ma anche più piene.

A Vicenza, un’altra signora di mezz’età dichiara: «La chiave per il cambiamento è il “rammendo”, dobbiamo diventare tutti dei rammendatori, per riparare e ricucire, e dobbiamo smettere di aspettare “il” nuovo leader. Dobbiamo tutti fare la nostra parte, il vero leader del futuro sarà la comunità, l’insieme». Sono parole d’oro, quelle che la signora elabora ormai verso la fine della presentazione, tenuta tra i libri della libreria San Paolo.

Dario Dalla Costa, il docente di religione che mi accompagnava, e con cui condivido l’attaccamento al Medio Oriente e la frequentazione di Mar Mousa, mi aveva appena fatto la domanda più difficile:

«Nel tuo libro vi è una guida, padre Ignacio, e le persone che accompagnano i protagonisti sono sovente grandi personaggi, che hanno guidato pezzi di umanità nel corso della storia, ma oggi… In chi vedi un ruolo di guida per affrontare la crisi di un mondo in bilico? Chi sono i nuovi padri ispiratori?».

Penso subito al Papa, ma poi un vuoto si crea in me. «Intendi tra i politici, immagino?». Il mio senso di vuoto è netto, e riconoscibile nel mio sguardo. Faccio il nome dell’economista bengalese Mohammed Yunus, conosciuto per aver ideato l’istituto del microcredito e soprannominato il ‘banchiere dei poveri’, che guidò anche un governo di transizione due anni fa in un momento difficile per il suo Paese. Ma poi, nulla… Il nome di Zohran Mamdani si forma nella mia mente, ma poi, no, non lo cito (e se fosse un’ennesima bolla mediatica?)… Non è facile, ma neppure più sufficiente, fare qualche nome. La buona risposta si materializzerà pian piano dialogando con il pubblico, nell’idea dell’insieme, del fatto che forse dovremmo cambiare il nostro concetto di leadership, fondata sulla centralità e sull’autorità del capo. Per la transizione verso un mondo più sostenibile, non abbiamo bisogno di un capo, ma di un movimento cittadino unito e consapevole. Non poteva che essere questa l’unica risposta investita di futuro.

Quando suor Elisa Panato, del Centro studi e documentazione Presenza Donna, fondato in seno alla comunità delle Suore Orsoline di Vicenza, ci porta a pranzo da loro, attorno al tavolo il dibattito si farà acceso. Presenza Donna è uno dei pochi centri di riflessione femminile e femminista nell’ambito religioso italiano.

«Questa fissazione dei “padri ispiratori”… E se fosse di “madri ispiratrici” di cui abbiamo bisogno?». Una signora aveva già posto le basi per un rovesciamento della riflessione in libreria. A tavola, suor Elisa mette i punti sulle i: «Ci fa arrabbiare molto chi ci chiama ‘suorine’, come per dire anche se affettuosamente  ‘poverette…’ Molte di noi hanno decenni di esperienza, sono cresciute, coltivate, non siamo delle ‘suorine’. Dobbiamo continuare a coltivare il nostro spazio nella Chiesa, nella nostra diocesi». Dario ascolta senza battere ciglio, io e la cara amica Antonella Cora pure. Sono diciassette suore, ma non sono silenziose. “Ma voi non siete proprio delle suore” avrebbe detto qualcuno una volta a suor Elisa. Suore che parlano, che escono dagli stereotipi, con buona pace dei benpensanti.

E non sono le uniche a voler fare comunità che guida. Nel Vicentino è già successo con le Mamme No PFAS, il movimento di madri e famiglie che si ribellò all’inquinamento a base di quelle sostanze chimiche perfluoroalchiliche definite gli “inquinanti eterni”, che si accumulano nel corpo umano. Utilizzate per la impermeabilizzazione dei tessuti da parte dell’azienda Miteni, inquinò in modo massiccio per anni i suoli e le acque di una zona abitata da 350 mila persone, interessando un’ottantina di comuni e avvelenando a fondo territori come Lonigo e San Bonifacio, sino a contaminare sangue e latte materno e a penetrare i tessuti del corpo dei bambini della zona, intaccando soprattutto le funzioni del sistema nervoso e immunitario, provocando infertilità e tumori, e facendo alzare gli indici di mortalità. Di fronte al negazionismo di industria, istituzioni e giustizia, fu la testardaggine delle madri, che fecero rete durante otto anni, a guidare tutta la zona alla rivolta. E al cambiamento di rotta.

Un anno fa, il 26 giugno 2025, la Corte di Assise di Vicenza condannò undici manager a un totale di 141 anni di carcere per il disastro dei PFAS. Una prima volta assoluta.

Insomma, abbiamo forse bisogno di più donne che facciano rete e creino una leadership diffusa.

«Il nostro è un lavoro di trasformazione di lungo respiro» aggiunge a tavola suor Elisa, mentre mangiamo pasta al sugo, insalata e bresaola. Parlando di Nàama, la moglie di Noè, che nel mio libro guida un gruppo di donne investite della missione di salvare la biodiversità vegetale, il pensiero a tavola va a Lilith. Lilith, secondo la tradizione ebraica, è la prima moglie di Adamo, che si rifugiò nel Mar Rosso per fuggire dal marito. Creata da Dio dalla polvere come Adamo, pretendeva di averne gli stessi diritti, che Dio le negò. Per questo suo gesto di ribellione, venne associata a un demone notturno. È un simbolo di ribellione e emancipazione, e forse le guide di cui avremo bisogno in futuro sono un poco fatte di Lilith e un poco di Nàama. Secondo la tradizione islamica, la moglie di Noé era miscredente, pensava che suo marito fosse pazzo per aver dato anima e corpo alla costruzione di quell’arca, e non l’avrebbe seguito. Nel mio libro, Nàama si difende dall’accusa, rovesciando la condanna.

«Cosa intendi dire, abùna Ignacio? Non sono mai stata una cattiva moglie per Noé» risponde precisamente Nàama.

«Non hai mai dato del pazzo a tuo marito? La sùra dell’Interdizio­ne ti accusa di falsità e voltafaccia».

«Non ho mai accusato Noé di follia per voler costruire un’arca. E per giorni interi lo sostenni nei suoi tentativi di persuadere la sua gen­te ad abbandonare idolatria e corruzione per evitare la punizione di Dio. Mi ricordo, questo sì, di lunghe conversazioni anche accese su quest’impresa. Non pensavo fosse mai possibile riunire il regno ani­male su delle imbarcazioni, né che potessimo sopravvivere senza mo­rire di stenti durante lunghi mesi. Noé era determinato, insofferente ai miei interrogativi, e forse questo è quanto è stato riportato dagli an­geli al nostro Signore. Le mie preoccupazioni, la mia mentalità prati­ca mi portavano a ponderare ogni cosa».

«Insomma, Donna Nàama, salisti su quell’arca sì o no?» sembra quasi minacciare il padre ponendo la donna davanti a un interrogati­vo lapidario.

«Cosa importa il mio caso se ho dato una discendenza alla stirpe di Noé? Cosa importa se ora sono qui a completare una missione di sal­vezza?» risponde la donna con sommessa dolcezza, senza il minimo segno di turbamento.

Ignacio e gli altri serbano il silenzio per qualche secondo, rimanendo sorpresi dalla lucidità di quella donna. Ignacio prova vergogna per quella sua domanda scortese: «Hai ra­gione, cosa importa? Il fatto che tu sia qui dimostra che sei già stata perdonata, se di colpa ti sei macchiata. E il fatto che ti sia stata affidata una missione così importante rende giustizia a te, alle tue compagne e a tutte le donne che hanno fatto fruttificare questa Terra, sovente nel misconoscimento o nell’ombra. Ti chiedo scusa…».

Con mia grande sorpresa, noto che che il pubblico sia a Brenzone che a Vicenza è composto nella stragrande maggioranza da donne. «Le donne leggono di più» opinava Sonia, ma non è solo questo. Molto probabilmente, le donne sono più portatrici del senso del limite, per quel loro essere legate ai vincoli biologici del concepimento e della cura del nascituro. Come ricorderà Dario alla presentazione, a tenere Compagno attaccato a questa vita è una donna, la sua amata: proporrà rimedi naturali come il ginseng alla sua insonnia, lo abbraccerà al suo rientro dal viaggio nell’Oltre…

Allora, forse, è tra loro che dovremo cercare chi saprà contenere e rovesciare le nostre ossessioni, tutte maschili, di sviluppo (leggi ‘cemento’) e ordine (leggi ‘dominio’).

Gianluca Solera

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