[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].

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Mentre scrivo ho già lasciato la Val di Susa, e il corteo è in corso, con il suo circo di camionette della polizia, posti di blocco e agenti della Digos alle uscite delle stazioni. Sul treno a Susa, salgono alcuni manifestanti che scenderanno fino a Bruzolo, forse la strategia è dividersi in gruppi per avvicinarsi ai cantieri della TAV. Non so come finirà, ci saranno probabilmente lacrimogeni e contusi, e i giornali scriveranno di questo, non delle migliaia di giovani che hanno raggiunto da tutta Italia e dall’estero i prati di Venaus per partecipare al Festival dell’Alta Felicità, ormai giunto alla sua decima edizione.

Beh, ora che riprendo a scrivere a fine festival, dopo le aggressioni degli incappucciati ai cantieri, le camionette date alle fiamme e gli agenti feriti, devo dire che è andata peggio di come io temessi. Tutte cose, quelle, che personalmente non mi piacciono e che a mio avviso non possono essere giustificate, né tollerate, perché distruggono il lavoro sociale e politico dei movimenti contro le infrastrutture inutili ed imposte come i NoTAV, lotta che conosco da decenni per averle seguite come urbanista e come consigliere politico al Parlamento europeo.

Lo ripeto, come durante gli anni molti tecnici, molti studiosi e molte associazioni hanno cercato di spiegare[1]: è un’opera inutile, che arricchirà pochi e che serve la filosofia dello sviluppo senza limiti e del commercio globalizzato che il pianeta non può più sostenere. Ma non è questa la sede in cui parlare del progetto. Voglio piuttosto dire che se un gruppo mascherato fa certe cose, non si devono utilizzare questi misfatti per rendere illegittimi e dichiarare pericolosi gli argomenti di chi ha sempre sostenuto che il modello di sviluppo deve cambiare radicalmente. Abbiamo una classe politica inetta e superficiale che non vede il baratro che il futuro ci prepara, e che preferisce lo scontro sociale alla radicale riforma di economia e società.

Voglio inoltre aggiungere che non ho mai capito come le forze di polizia non riescano a bloccare questi gruppi, perché non riescano ad arrestarli dopo averli identificati. Certo, questa volta, la gran maggioranza di loro erano stranieri, in particolare francesi, e quindi non sarà facile “braccarli”, ma mi interrogo su questa straordinaria capacità degli incappucciati di dileguarsi. Li cercano veramente? Quando sono arrivato in valle il 24 luglio, le forze dell’ordine erano dappertutto: come mai non hanno protetto i cantieri? O c’è forse qualche infiltrato tra gli incappucciati che fa il doppio gioco, alimentando queste degenerazioni per giustificare la repressione e la delegittimazione del dissenso? Questa domanda me la faccio seriamente.

Come mi faccio la domanda su queste politiche territoriali che estinguono gli spazi di dialogo e impongono scelte infrastrutturali pensate trenta o quarant’anni fa contro le popolazioni locali, in nome di presunti interessi nazionali che nazionali non sono. Politiche territoriali devastanti sostenute da istituzioni che non comunicano e non mediano, ma lasciano solo due opzioni: la svendita del territorio, il trasferimento degli abitanti altrove, oppure la radicalizzazione. E chiudo questo capitolo del mio contributo pubblicando a fine articolo il comunicato del Comune di Venaus, che ha co-organizzato il festival, quello del movimento NoTAV, nonché quello di una donna di esperienza che collabora con loro, Doriana Tassotti.

Presenterò il mio libro nel cosiddetto “Spazio autogestito”, il venerdì 24 luglio, insieme all’amica italo-canadese, attivista e ricercatrice Lisa Ariemma, davanti a sole venticinque persone. Scrivo “sole” perché i campeggi attorno al sito del festival erano strapieni di tende e camper, ma mi va bene così, perché ci sono tante cose che succedono e i giovani sono presi dai loro rituali. Quando dico migliaia, intendo veramente migliaia, perché il venerdì sera le navette da Susa non smettono di salire a Venaus cariche di ragazzi e ragazze, zaini e sacchi a pelo.

Ho letto che l’amministrazione suprematista del cinturione Trump ha organizzato il 16 luglio scorso una conferenza internazionale contro l’emergenza di un nuovo terrorismo globale, quello dei “gruppi antifascisti” e degli “attivisti di sinistra”, considerata una minaccia per l’Occidente e il mondo intero al pari dello sconfitto (!?) terrorismo islamico. Durante la conferenza – a cui hanno partecipato una sessantina di paesi tra cui il nostro, degnamente rappresentato da quella compagine di statisti che governa il Paese – Marco Rubio ha dichiarato che questi attivisti sono “nemici della civiltà” (The Guardian). Che cosa c’entra questo con il Festival dell’Alta Felicità, mi direte? Ve lo spiego subito. L’eccellente Stephen Miller, il vice Chief of Staff della Casa Bianca che veste sempre in modo impeccabile, ha dichiarato che l’attivista di sinistra, ‘the leftist’, è motivato fondamentalmente dall’invidia, l’odio e la gelosia. Prende di mira ciò che è bello, e ciò che è buono e naturale, e si muove animato dal disprezzo. Se la prende con la famiglia perfetta, con una vita perfetta e un lavoro e figli perfetti, con chi va in Chiesa ogni domenica. Al festival di Venaus, tutti sorridevano, si abbracciavano, si tenevano per mano: beh, se questo è l’odio, direi che è meglio dell’amore soi-disant perfetto. Ma c’è di più: secondo Stephen Miller, il fatto che gli antifascisti non siano normali e costituiscano un pericolo per l’ordine pubblico e la civiltà lo si capisce da come si vestono, manifestazione di un disprezzo ed una malizia interiori che li corrompono.

Se fosse stato in Val di Susa ed avesse visto le migliaia di giovani che portano tatuaggi, orecchini, piercings, capigliature colorate o vestiti ultra-casual, li avrebbe categorizzati come “non normali”, dunque pericolosi per la società. Oddio, io personalmente non amo nessuna di quelle esteriorizzazioni che vanno molto tra i giovani – tra l’altro sia di destra che di sinistra – ma da qui a caratterizzare la personalità e a provare la loro cattiveria ce ne vuole! Discorsi del genere, fatti per disumanizzare gli oppositori politici e interi gruppi sociali, mi ricordano gli scritti di quegli scienziati ottocenteschi che provavano la superiorità ariana descrivendo e misurando il cranio o i connotati del viso. Puro razzismo ideologico.

La cosa bella è che a Venaus trovi gruppi di varia estrazione e vocazione, da chi denuncia i danni ambientali delle Olimpiadi invernali di Cortina a chi si è mobilitato per fare giustizia per l’uccisione di Fakir da parte di due poliziotti a Bologna. Da chi si occupa di integrazione degli immigrati stranieri a chi denuncia la burocrazia che condiziona la vita di tutti i giorni. E naturalmente c’è molta Palestina, e quando sono in auto con Lisa e Fabrizio e prendiamo strade secondarie per raggiungere Venaus senza dover passare per i posti di blocco della sicurezza pubblica, dico loro che mi sento in Palestina, quando cercavamo di raggiungere l’università di Birzeit o Ramallah o Gerusalemme evitando i checkpoints israeliani.

Alla presentazione, Lisa mi farà una domanda importante, simile a quella che mi feci quando scrissi Riscatto mediterraneo: cosa c’entra il Mediterraneo con la Valsusa? La domanda questa volta sarà: cosa c’entra questo libro con la Valsusa? C’entra, da molti punti di vista.

Innanzitutto, perché rimette in discussione l’idea di velocità, la stessa velocità per la quale negli ultimi quarant’anni abbiamo messo sottosopra il clima, in un tempo fulminante, pari allo 0,001% da quando sono comparsi gli ominidi sulla Terra quattro milioni di anni fa. La velocità ci impedisce di pensare, e ripensare il modo in cui viviamo, perché non ci diamo il tempo di rimettere in dubbio le pseudoverità dell’economia e della politica, né il tempo per provare a consumare di meno.

C’entra perché l’esperienza di lotta di questa valle ci insegna a riappropiarci della speranza nonostante le dimensioni ciclopiche della sfida. Come Compagno, che, ormai sul punto di gettare la spugna consumato dal pessimismo e dall’ansia, ritrova conforto e volontà di vivere pienamente grazie a quel viaggio nell’Oltre. E riappropriarsi della speranza da queste parti significa riappropriarsi dei territori, rifiutare la “deterritorializzazione” che esige il capitalismo moderno e immaginare un modello di sviluppo più sostenibile e giusto.

E infine c’entra con la volontà di non escludere nessuno: in questa battaglia gigantesca tra David e Golia, le comunità locali da una parte, e il capitalismo italiano, i grandi costruttori e i partiti schiavi della filosofia del cemento dall’altra, le comunità locali hanno imparato a stare insieme, e costruire servizi di mutuo soccorso, sapendo che o ci si salva tutti, o nessuno. E da quell’esperienza contro un’opera inutile e imposta è nata naturalmente la solidarietà con gli ultimi, quelli pagati quattro soldi e quelli che transitano attraversando i nevai alla frontiera con la Francia sapendo di non essere voluti. Ed è questa la cultura della dhiyafa, l’ospitalità, tanto cara a Paolo Dall’Oglio, e necessaria per costruire orizzonti di fratellanza.

Dirò di più, il libro c’entra con la Val di Susa perché la gente qui, con la sua resistenza, la sua non-docilità, mette a dura prova il dominio di un’economia di rapina e di democrazie svuotate del loro significato. I valsusini sono degli abdál, che si fanno carico delle conseguenze di forme di oppressione che altrimenti si propagherebbero velocemente anche in altre comunità, e lo fanno intrattenendo le istituzioni che riproducono queste forme di oppressione con la loro resilienza. Neutralizzano un potenziale di oppressione che altrimenti raggiungerebbe altre comunità, soffrono al posto, invece di quelle comunità, le “sostituiscono” come angeli di negentropia. Insomma, la Val di Susa potrebbe essere uno dei passaggi del viaggio nell’Oltre di Compagno e padre Ignacio.

La sera, a presentazione conclusa, vedo dal balcone della casa di Fabrizio e Lisa la cima del Rocciamelone, così ripido ed appuntito che buca il cielo. Supera i tremila e cinquecento metri. Ci vogliono ore di faticosa salita, per arrivarci. Il nonno di Fabrizio ci salì settantadue volte nella sua vita. La speranza è anche questa, saper faticare con la dovuta pazienza e dimostrare che puoi tenere duro, quando ami la vita e le sue cose essenziali.

Gianluca Solera


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COMUNICATO UFFICIALE DEL COMUNE DI VENAUS

Nota dell’Amministrazione Comunale

In merito agli episodi e alle tensioni verificatisi nella giornata di oggi sui territori dei Comuni vicini, il Sindaco di Venaus e l’Amministrazione Comunale ritengono doveroso esprimere la propria posizione con assoluta chiarezza, dissociandosi con fermezza da qualsiasi atto di violenza, scontro o danneggiamento. 

Simili condotte non appartengono ai valori della nostra comunità, da sempre legata al rispetto del territorio, della legalità e della convivenza civile.

Ci teniamo a precisare in modo netto che gli eventi critici registrati oggi non hanno alcun legame, né organizzativo né concettuale, con lo spirito e le attività del Festival Alta Felicità:

la manifestazione culturale e musicale nasce per offrire uno spazio di incontro sereno, dialogo e condivisione, e non può in alcun modo essere assimilata o sovrapposta a situazioni di tensione che nulla condividono con i suoi scopi.

Ringraziamo le forze dell’ordine, i soccorritori e tutti coloro che stanno lavorando per garantire la sicurezza e la tutela del nostro paese e dei suoi abitanti, con l’auspicio sincero che simili episodi non debbano più ripetersi.

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COMUNICATO MOVIMENTO NOTAV (dal loro sito)

Si è conclusa una grande giornata di lotta per la Val di Susa. Il movimento No Tav, a distanza di 15 anni dall’esperienza Libera Repubblica della Maddalena e dal 3 luglio, ha dimostrato ancora una volta che ha la forza di arrivare là dove la devastazione del territorio è all’ordine del giorno. Tutti i cantieri della valle sono stati raggiunti e contestati, i dispositivi previsti dalle forze dell’ordine sono stati raggirati e superati grazie alla determinazione delle tante generazioni scese in piazza oggi.

20.000 persone hanno sfilato per le strade e i sentieri della Val di Susa, trasformando la mappa dei lavori in un percorso da attraversare con spirito ed entusiasmo: per opporsi concretamente al progetto, per alzare la testa contro chi ci vorrebbe silenti, per difendere questa nostra terra condannata dall’alto ad essere una zona di sacrificio. Quella di oggi, e lo diciamo con emozione, è stata una giornata piena di significato. Una marea umana è riuscita a dividersi dalla bassa all’alta valle, a percorrere per ore sentieri, strade, prendere treni, attraversare prati, fare carovane e serpentoni infiniti.

Crediamo sia superfluo dire che nulla di tutto quello che tentano di fare qui sia accettato, ben di meno normalizzato. Ogni colata di cemento, ogni albero sradicato, ogni Jersey che impedisce il passaggio, ogni centimetro di filo spinato, sono per noi una provocazione inaccettabile, un’offesa a queste montagne che abbiamo promesso di proteggere oramai 30 anni fa.

La mattinata è partita con una carovana di macchine che ha raggiunto il cantiere di Salbertrand, ove dovrebbe sorgere l’area di fabbricazione dei conci, qui i/le No Tav hanno intrapreso una battitura e poi sono riusciti a entrare al suo interno srotolando uno striscione che citava Siamo la natura che si ribella. No Tav No alla guerra! Nel frattempo la marcia, partita da Venaus raggiungeva da una parte il cantiere di San Didero, mentre la gran parte del corteo si incamminava tra i sentieri della Val Clarea. A San Didero diverse centinaia di No Tav hanno raggiunto il cantiere in diversi punti per infastidire le truppe di occupazione con battiture e cori. Mentre i fuochi d’artificio illuminavano il cielo, i No Tav sono riusciti a raggiungere le recinzioni del cantiere e così diversi metri di concertina sono crollati. La risposta delle forze dell’ordine non è tardata ad arrivare e sotto il lancio di numerosi lacrimogeni hanno tentato una manovra a tenaglia uscendo dalle camionette e attraversando i campi che però non è andata a buon fine. Al momento del rientro della manifestazione la polizia, coadiuvata dalla digos, ha accerchiato le persone presenti entrando sui binari della stazione di Bruzolo identificando i presenti che sono stati lasciati andare poco dopo. Una reazione che non lascia spazio a tante interpretazioni: da una parte la vendetta per essere stati presi in fallo da più punti della valle, e dall’altra la necessità, già intravista nei giorni prima del festival con massicci posti di blocco e identificazioni, di dare un’immagine di rinnovata solerzia alla polizia di stato soprattutto dopo l’ultimo fatto che ha visto la morte di Fakir per mano di alcuni agenti di polizia.

In questa giornata non c’è spazio per una memoria storica dal sapore nostalgico: ogni passo è un passo concreto per riconquistare un pezzo di ciò che viene tolto ogni giorno. Ci viene in mente il 3 luglio del 2011 oggi. Una di quelle date della storia del Movimento No Tav ma oggi, come e forse ancor più di allora, migliaia di persone hanno accerchiato quelle stesse reti e attraversato quegli stessi sentieri che contornano il cantiere di Chiomonte.

Con determinazione e gioia si sono dirette senza esitazioni verso il simbolo della devastazione della Val Susa, nonostante le barriere poste a sua difesa dopo aver tirato giù i tre jersey sul sentiero gallo romano, i/le No Tav, grazie alla conoscenza del territorio, sono riusciti a raggiungere le reti il cantiere da più punti: chi guardava dall’alto, chi batteva le mani, chi intonava cori, chi entrava in massa all’interno del cantiere e chi da altri angoli contribuiva a colpire un simbolo concreto del modello previsto per noi. E così, i No Tav sono riusciti a riprendersi il cantiere e entrarci a migliaia. La control room brucia, diverse camionette di carabinieri e finanza con lei.

Dall’alto dei sentieri si vedono colonne di fumo, quello che si respira nell’aria però non è l’odore acre di ferraglia e neanche quello bruciante dei lacrimogeni, ma l’entusiasmo di migliaia di persone che sono riuscite a raggiungere quello che sembrava essere uno dei fortini più inespugnabili della storia, dimostrando che la val di Susa e tutt’altro che pacificata. Da Mattarella a Salvini l’arco istituzionale si è espresso nelle ore successive. Solidarietà alle forze dell’ordine e narrazioni che dipingono i No Tav come “il frutto marcio della sinistra” rappresentano la pochezza che incarnano le opzioni politiche oggi. La differenza sostanziale con chi spreca parole per dare dei facinorosi e degli incappucciati a chi partecipa attivamente alla costruzione di un mondo migliore è che questi politicanti tentano in maniera abbozzata e a tratti autoritaria di affrontare volenti o nolenti i frutti marci della loro crisi, noi costruiamo passo dopo passo la possibilità di porre fine a ingiustizia e sfruttamento. I politicanti di ogni risma devono mettersi il cuore in pace, il Tav è tornato ad essere centrale nelle loro preoccupazioni. Il villaggio di Asterix che pensavano di aver sconfitto è più vivo e combattivo che mai e oggi li ha decisamente battuti. A sarà dùra!

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DAL PROFILO FACEBOOK DI DORIANA TASSOTTI

Violenza.

Parliamo di violenza. La violenza di chi , da 30 anni, si rifiuta di dare ascolto alle nostre ragioni basate su dati tecnici obiettivi.

La violenza di un Sistema economico schizofrenico e criminale , che appoggia la realizzazione di ciclopiche opere inutili per sostenere l’ avidità di pochi a discapito di emergenze che dovrebbero essere prioritarie ( cambiamento climatico, fragilità dei territori, minacce pandemiche, povertà sempre più diffusa, sanità pubblica al collasso, istruzione deficitaria, diritto alla casa) e per cui invece i fondi mancano sempre. La violenza di chi reprime invece di educare, di chi priva le giovani generazioni di una qualsiasi forma di speranza. La violenza ipocrita di un sistema mediatico assservito e miope. La violenza di chi parla per sentito dire, perché informarsi a dovere costa fatica. La violenza di chi ormai si sente garantito ad uccidere, pur rappresentando lo Stato.

Parliamo di disobbedienza.

Disobbedienza alla volontà di imporre un Sistema realmente violento, repressivo, pensato per il privilegio di pochi e l’ asservimento dei più.

Parliamone, finalmente.

NOTE


[1] Posizione, ad esempio, di Italia Nostra.

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