[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].

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D’improvviso, una brezza fresca e profumata si alza gentilmente, portando fragranze di fiori e frescura di rugiada. Si riconoscono il profumo degli albicocchi, dei ciliegi e dei mandorli. «Abùna, ci dev’essere un giardino nelle vicinanze, senti che profumo delicato sopraggiunge».

Riprendo un passaggio del capitolo Lo specchio, quando Compagno e padre Ignacio si lasciano sorprendere da un inaspettato venticello fresco, perché così mi sono sentito a Borgo Cerasa, poco lontano da Fano, quando ci siamo sistemati con Marco Labbate in un giardinetto di un palazzo storico per presentare il libro. Era il 18 agosto, una giornata calda, e ci trovavamo in una cittadella fortificata, una delle numerose che stanno arrampicate sulla sommità delle colline marchigiane. I mattoni compatti di cui erano fatti gli edifici rilasciavano ancora calore, la pavimentazione in pietra della piazza scottava, ma in quel giardinetto di pochi metri quadri, ornato dalla verde chioma di un albero di cachi, filtrava una brezza inattesa.

La gente arrivava alla spicciolata, sbucando da una stradella senza farsi annunciare, e Paolo Frigerio e gli altri dovevano aggiungere nuove sedie. Per dieci lunghi minuti siamo rimasti in silenzio, aspettando il via: ci guardavamo l’un l’altro, ascoltando la brezza e cercando la pace dentro di noi. Nessuno protestava, nonostante alla fine passasse un abbondante quarto d’ora dopo quello accademico, in attesa dei saluti iniziali del vicesindaco di Cerasa e di Paolo, l’ideatore di Macchie e Inchiostri meets Terre Sonore, la rassegna a cui sono invitato.

Minuti bellissimi e preziosi, dove ci era dato il privilegio di provare la leggerezza della frescura, l’emozione dell’attesa senza provare fretta. Quella frescura ci avrebbe preparato a un dialogo fitto attorno ai segni di sofferenza della Terra in cui viviamo. Anche la figura di Paolo Dall’Oglio si farà da parte, discretamente, mentre ci chiedevamo che ne sarà di noi e dei nostri giovani. Ancora più intensamente, davanti alle avvisaglie del degrado delle condizioni di abitabilità del pianeta, Padre Paolo aveva assunto le vesti di Abùna Ignacio, la guida di Compagno, ormai uno di noi, ormai uno qualunque dei nostri giovani. 

Per raggiungere Fano, io e la mia fidanzata avevamo attraversato per ore in auto il Norditalia, ed ogni elemento del paesaggio ci parlava di una sola cosa: la siccità. Boschi di querce dalle foglie secche, uccelli palustri sulle rive asciutte del Garda dove non erano mai stati prima, roventi parcheggi alle stazioni di ristoro autostradale, dune di sabbia grigia inficcate nel letto del Po, canali di campagna senz’acqua, fiumi come Trebbia o Panaro ridotti a ghiaia ed arbusti, rinsecchite aiuole di bosso nei giardini di Villa Rinalducci (dove pernotteremo), notiziari radio che si rimpallano allerte meteo e bollettini di incendi boschivi, periferie di capannoni e parcheggi con beffardi filari di piante sofferenti, inutili diatribe politiche sulle prime pagine dei giornali, e polvere, tanta polvere che passando per la gola si infila nel cervello, mettendolo fuori uso.

C’è tanta voglia di ascoltare parole di speranza a Borgo Cerasa. Durante lo scambio con il pubblico, qualcuno chiede in cosa consistano i codici di speranza che l’Oltre rivelerà a Compagno, ed io – per un cortocircuito nella mia mente invasa dalle immagini di quelle ore – sto quasi per rispondere con un: ‘Nel piantare alberi, che sarebbe l’unica cosa sensata da fare, invece di continuare ad ubriacarci di distruttive e assurde ideologie di sviluppo’, ma poi mi tengo questi pensieri per me, non lo faccio, e mi accontento di invitare a scoprirli leggendo il libro.

A cena, ritornano storie che ho ascoltato in giro per l’Italia, che si ripetono in ogni territorio che attraverso: alberi storici abbattuti per lasciare spazio alla viabilità e ai lavori pubblici, come succede a Gabicce Mare con gli ippocastani di via Mazzini o a Fano con le tamerici dlungomare e i tigli di piazza Costa; poli logistici progettati a ridosso della città da un sindaco a fine mandato che doveva ricambiare antichi favori (con cento e quaranta cittadini costretti ad autotassarsi per fare ricorso al TAR), come quello che potrebbe presto investire Fano. 

Siccità. Questa è la condizione per eccellenza dell’uomo moderno, ormai costretto a scegliere tra rimettersi radicalmente in discussione, o abbandonarsi orgiasticamente alla prospettiva dell’estinzione della civiltà occidentale per come l’abbiamo conosciuta. Siccità delle nostre intelligenze, siccità di idee, siccità di consapevolezza della gravità di quanto sta inesorabilmente succedendo, come se la mancanza d’acqua fosse diventato un indicatore della stupidità umana e dell’inutilità delle istituzioni. 

Questo è quanto porto con me di quest’estate infinita, che mi ha condotto nelle Marche per scoprire che dobbiamo tenerci stretta la bellezza della terra e dei paesaggi che i nostri popoli hanno costruito nei secoli. Marco, Paolo e chi ruota attorno a eventi come questo festival che combina pensieri, parole e musica – Macchie e Inchiostri meets Terre Sonore – mettono a disposizione lo strumento dell’esplorazione culturale per risvegliare le coscienze. Con la guida di Marco, storico e saggista, stanno ora per lanciare anche un altro festival che parli di storia, che troppo spesso ignoriamo. Quello che fanno è un prezioso esercizio di irrorazione dei nostri cuori e dei nostri cervelli, che abbiamo lasciato appassire nell’abitudine di avere tutto e subito, consumando inutilmente ciò che non ci serve, calpestando ciò che ci circonda, dimenticando ciò da cui proveniamo. 

Chiuderemo la serata con un concerto jazz del pianista David Helbock e della violoncellista Julia Hofer. Tutto serve per pensare e ripensare, tutto serve per ricostruire il senso della misura delle cose. Anche delle note musicali sotto un cielo stellato, anche un refolo di aria fresca che ci sorprende nel silenzio di un tardo pomeriggio. 

Siccità.

Gianluca Solera 

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