Arrivo ad Ancona catapultato dalla parentesi di un breve viaggio in Irlanda, e nel giro di poche ore già mi dovrò dimenticare del piumone sul letto e del vento fresco sulla costa. Ad Ancona, ritornerà l’obbligo di sopportazione delle temperature di questa “maledetta estate”.
Grazie alla cara Michela Mercuri, che avevo conosciuto quando organizzavamo il SabirFest, ho ricevuto un’invito al festival Adriatico Mediterraneo. Tanti concerti, soprattutto, e qualche libro. Paolo Sospiro, docente, economista ed amico di vecchia data dei tempi della Rete italiana della Fondazione Anna Lindh, mi racconta di quando il festival di Ancona era un’eccellenza in Italia, di quando venne creato trent’anni fa, e si credeva che il capoluogo marchigiano potesse essere la porta di una cultura dell’ospitalità, degli scambi e dell’integrazione nella regione adriatica: «Tutto nacque attorno alla passione per la musica yiddish, il Klezmer, che divenne un collante di dialogo tra comunità e artisti diversi. Ancora ricordo di quando nell’ambito del festival organizzarono un concerto per la pace con la cantante israeliana Noa e Nabil Salmeh, cantante del gruppo palestinese Al Darawish, nella stupenda cornice del cortile interno del cosiddetto “lazzaretto”, la Mole Vanvitelliana. E Moni Ovadia era di casa anche dopo che il festival Klezmer non si chiamava più così».
Al Festival Adriatico Mediterrano passarono in quegl’anni artisti del calibro di Emir Kusturica, Tahar Ben Jelloun o Goran Bregović. Erano altri tempi, le frontiere non costituivano un’arma e le maggioranze politiche erano diverse, anche nelle Marche, in città come in Regione. E durante l’evento che mi riguarda, ritorna il tema: se Paolo considera che negli anni si sia consolidato un consenso nella società sull’importanza di valori come la convivenza e l’ospitalità, Jurij Bogogna, giornalista del Tgr Marche, uno di quelli bravi e sottili, semina il dubbio: «Siamo sicuri che nella pratica amministrativa e nei gesti quotidiani, poi, sia così?». E mi chiede quanto la mia storia personale nel Mediterraneo abbia giocato un ruolo nella scrittura di questo libro. Domanda retorica, ma indispensabile per un festival nato con quelle ambizioni, e che mi permetterà di ritornare a Riscatto mediterraneo, il mio libro precedente, perché i temi della diversità, della gratuità e dell’ospitalità – che ho riletto, interpretato e codificato durante la stagione delle primavere arabe quali ingredienti della resilienza del Mediterraneo alla brutalità dei poteri contemporanei e della banalizzazione del capitalismo globale – sono effettivamente il sottofondo su cui si abbozzeranno i codici della speranza davanti agli occhi di Compagno.
Mediterraneo: è bello parlarne, appassionarsi per esso e per i suoi destini, rivendicarne l’appartenenza mentre un volgare rigurgito di neo-occidentalismo lo vorrebbe relegare a discarica e linea di frontiera, ma ancor più bello è buttarsi nelle sue acque, e Paolo soddisfa il mio desiderio, accompagnandomi l’indomani di buona mattina sulla passeggiata lungo il profilo delle prime falesie del Conero, indicandomi dove prendere le scale che mi porteranno alle Grotte, una delle spiagge urbane di Ancona. Tra raccoglitori di cozze, amanti del sole mattutino e vecchi signori che lasciano quelle dimore scavate nella falesia solo a fine estate, ci si lascia andare e si sfidano le onde che sbattono sulle rocce.
La questione mediterranea, di dove finisca la nostra patria e la nostra identità, aveva accompagnato la nostra cena la sera prima, davanti a un’insalata di mare e a un bicchiere di bianco, e per uno nato ad Addis Abeba, non poteva che essere così. Esperto di strategie di sviluppo e di lotta alle povertà, Paolo ha formato i giovani dei principali movimenti politici che facevano parte del Forum Nazionale Giovani (FNG). Qualche volta, però, Paolo ha declinato l’invito, perché per capire le cose ci vuole un buon docente, ma anche – indovino io – interlocutori disponibili ad ascoltare e a interrogarsi. Il destino del Mediterraneo, i confini della nostra patria sono questioni immense, ed ha senso porsele scrivendo delle crisi dei tempi moderni, perché il Mediterraneo è effettivamente un hotspot dove le crisi moderne si manifestano con maggiore acuità: dal surriscaldamento globale, alla pratica della guerra permanente, dalle disuguaglianze socioeconomiche crescenti agli esodi migratori, dai nazionalismi identitari alla regressione delle democrazie.
Sarà il prosieguo del viaggio che mi porterà a scoprire pezzi di risposte di cui non solo Compagno, ma tutti noi abbiamo bisogno.
Destinazione Reggio Calabria, via rotta aerea Rimini-Catania, e attraversamento dello Stretto di Messina. A Villa San Giovanni, mi aspetta Peppe Licordari, con la “ammiraglia” dei Gesuiti (così la chiama lui). Peppe è un tipo sui generis, ex-gesuita, poi sposatosi con Maria Teresa, padre di tre bellissimi figli adottati, un inguaribile “resiliente”, il prototipo dell’Homo Mediterraneus; cresciuto come cittadino a Scampia, sotto le Vele, cercando di sottrarre i ragazzi alla camorra dello spaccio vestendosi da Pierino, poi a Grottaglie, svegliandosi ogni giorno con le ciminiere dell’Italsider sputaveleni all’orizzonte, ed infine sotto l’Aspromonte, con i suoi segreti omertosi e le sue famiglie che contano. Quando racconta delle volte in cui si è trovato la canna di un’arma appoggiata su una parte del corpo, lo fa facendosi una risata. Peppe è professore di italiano al Liceo Musicale, è membro della locale Comunità di Vita Cristiana[1], parla del Signore come di un amico di vecchia data, ed ama la musica suonando e componendo, anche se non ha i titoli, qualcuno gli ha ricordato. E giù un’altra risata.
Lo ritrovo mentre segue le prove del gruppo giovanile di musica che ha creato: «Fu per colpa di mio nonno, che mi affidò la sua chitarra sul letto di morte. Era cacciatore, musicante e animatore di feste, ai miei cugini lasciò i fucili, a me la chitarra». Rivolgendosi ai ragazzi, tutti adolescenti e tutti suoi studenti di italiano, ammonisce: «Non avete capito che quello che conta non è suonare alla perfezione, ma suonare insieme?». E mi fa ascoltare, suonata dai ragazzi, una canzone le cui parole sono di padre Vincenzo Sibilio, gesuita e suo padre spirituale, poeta e innamorato della giustizia sociale, da Peppe messe in musica in un “canto della speranza”.
«Insieme, insieme, soffiando un poco, in questo deserto saremo alito fresco di vento. Insieme, insieme, camminando in mezzo alla guerra, potremo cantare esperanza» – così inizierà la serata attorno al mio libro, sulle note della sua chitarra e le parole di un brano composto nel 1986 da un ragazzo di Scampia, alla vigilia di un viaggio a Mar Musa, dove incontrerà p. Paolo Dall’Oglio.
Ai bordi del cortile, ascolta attentamente padre Sergio Sala, un vicentino ormai trapiantato nel Mezzogiorno per tutti gli anni di servizio che ha prestato in questa terra. Di tutta un’altra pasta, silenzioso, studioso, preciso e sempre disponibile, i Gesuiti locali sono nelle sue mani. Sergio porta un cognome di cui andar orgogliosi: suo padre Giorgio fu sindaco democristiano di Vicenza negli anni Sessanta, il più amato dei sindaci della città, dicono in molti; suo zio Sergio fu partigiano e fu incarcerato nel periodo repubblichino. Alla fine della serata, nella quale il cortile degli Ottimati si era riempito di gente, mentre scambio ancora qualche parola con gli ultimi presenti, sento grida di giubilo, imprecazioni e colpi a un pallone. Incuriosito, raggiungo il retro del cortile e trovo padre Sergio che gioca con ragazze e ragazzi a pallavolo, cui non posso che unirmi nonostante la mia spalla a pezzi. La Chiesa degli Ottimati è affidata dalla diocesi ai Gesuiti; gli Ottimati erano una confraternita seicentesca di aristocratici reggini che facevano opere di bene, mi spiega Sergio mentre facciamo colazione. «Insomma, un Rotary Club dell’epoca» faccio io, e Sergio sorride. Oggi, il cortile di aristocratico ha ben poco, è un luogo di ribellione alla condiscendenza e all’apatia, un luogo dove si fa cultura per migliorare la società, dove arrivano i fortunati e i meno fortunati, dove ogni mese si presentano e discutono libri… Possiamo dire, un luogo di controcultura? Forse no, forse semplicemente un luogo dove cercare di interpretare la realtà con la radicalità del Vangelo. Quel che è certo è che è un posto qualsiasi: pavimento di cemento per farci giocare i bambini, due porte da calcio, dei murales sul muro di cinta, sedie di plastica e una rigogliosa pianta di olivo. Serve qualcos’altro per costruire il futuro?
Il dialogo intorno al libro si concluderà ragionando su una cosa: il futuro anteriore, quello che ci permette di vivere i segni del futuro possibile per anticiparne e correggerne gli sviluppi peggiori. Per Peppe, questo è chiarissimo: «Mi sento di dirti che in questa fase la ‘memoria per il futuro’ è fondamentale» mi dirà. Ricordate cosa dirà Compagno a padre Ignacio:
«Sai abùna, oggi credo di aver imparato due cose» dice Compagno al momento di sbucciarsi una mela.
«Quali?».
«Che non possiamo certo sostituirci a Dio anticipando il Giudizio universale, ma che non possiamo neppure attenderlo, il Giudizio. Dobbiamo portare il lutto verso quella spaventosa capacità che la specie umana ha acquisito di annientare la vita per sempre. Dobbiamo portare il lutto ora per dare una chance al futuro, perché la fine dei tempi è il… il futuro anteriore: qualcosa che ancora non si è compiuto, ma che si è già manifestato. Non so come spiegarmi meglio… Dobbiamo piangere ora perché dalla contrizione cresca la speranza e la volontà di cambiare le cose. O lo facciamo ora, e portiamo già il lutto della fine dei tempi che potrà essere, o tutto sarà veramente finito».
Futuro anteriore: qualcosa che ancora non si è compiuto, ma che si è già manifestato. E questo futuro anteriore è il tempo del Mediterraneo, dove i segni di quella spaventosa capacità che la specie umana ha acquisito di annientare la vita per sempre, si manifestano con la maggiore acuità e in uno spazio geografico limitato. E allora, quella resilienza che ho visto tra le persone che ho incontrato è la speranza, esperanza, l’unica materia creativa, fatta di carne e anima, che ha preso consapevolezza che il Mediterraneo è il futuro anteriore, che prepara il terreno perché vi sia futuro. Come?
Allo stesso modo di come ne parla Compagno:
«Ecco, abbiamo bisogno di un giuramento di fedeltà al pianeta, che impegni le persone e i territori in cui vivono, in cui uno non pesa più di un altro, non vale più di un altro, non ha più privilegi di un altro per quello che produce o consuma, decide o provoca. È qualcosa di difficile da immaginare, ma necessario. È la follia dei giusti. È sovversivo pensarlo, ma è quello che ho imparato. I segni che ho visto mi hanno atterrito, ma anche fatto capire che non tutto è perduto».
Un giuramento di fedeltà che impegni le persone e i territori in cui vivono. Anche a Reggio mi concedo un bagno nelle acque movimentate dello Stretto, proprio sotto il lungomare. Faccio due bracciate verso il largo e già noto l’abisso che si apre sotto il mio corpo galleggiante. Mi basta.
All’orizzonte, un incendio sovrasta la costa taorminese. Di ritorno sulla spiaggia sassosa, inalo acqua salata per purificarmi, e penso che il futuro anteriore si è già impadronito di me.
Gianluca Solera
[1] La Comunità di Vita Cristiana è un’associazione internazionale di fedeli laici. Istituita dal Pontificio Consiglio per i Laici nel 1990, l’associazione ha ereditato la tradizione delle Congregazioni mariane del XVI sec., nate nell’alveo della spiritualità di S. Ignazio, ed ha come obiettivo di portare i valori del Vangelo in ogni aspetto della vita quotidiana nel mondo di oggi.