[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].
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La Calabria Jonica è una delle regioni più selvagge che si incontrino in Italia. Relegata all’estremo occidentale dello Stivale, ha conservato una bellezza paesaggistica straordinaria, con i suoi borghi antichi a mezza montagna, a cui sono susseguite le “marine” costruite nel Dopoguerra. Il prezzo pagato per conservare quello struggente lembo di Belpaese è stato l’abbandono, l’emigrazione. Se a Santa Caterina dello Jonio, nel 1951, vennero censiti quasi 3.800 abitanti, nel 2021 erano meno di 2.000, con un trend tuttora ancora negativo (360 abitanti persi negli ultimi due decenni). Alcune di queste località, come Riace, spopolatesi nel secolo scorso, negli ultimi vent’anni hanno invece conosciuto un recupero demografico grazie soprattutto alle politiche di acccoglienza ed integrazione degli stranieri. Certo, questi borghi semi-fantasma difficilmente recupereranno la popolazione perduta. Oggi, i locali preferiscono risiedere in “marina”, sulla costa, e il vero centro della vita di questi comuni si trova ora sulla costa, lungo la linea ferroviaria, mentre nei paesi storici sono decine le case vuote e in vendita e decine i vecchi sulle panchine o nei caffè. Affascinato dalla bellezza di questi luoghi, anch’io anni fa volevo comprarvi una di quelle vecchie case ormai chiuse, e lo volevo fare a Santa Caterina, grazie alla mia amicizia con don Angelo Comito. Don Angelo ha fatto il parroco prima a Guardavalle, e ora a Badolato, ma Santa Caterina è quanto ama di più. Forse fu quel legame con Alessandria d’Egitto a farci rendere amici. Santa Caterina dello Jonio è infatti Santa Caterina di Alessandria, città dove ho vissuto per quasi nove anni della mia vita. Ebbene, in questa zona della Calabria, sovrastata dai monti delle Serre e tappezzata di forre e dirupi, vero e proprio balcone sul mare, molte cose vengono dall’orizzonte, dal mare aperto, e così fu anche per la Santa.
La leggenda narra che nell’XI secolo, per sfuggire alle incursioni dei Saraceni, la popolazione della costa si rifugiò nell’entroterra montano. Qui, durante un assalto, gli abitanti videro la Santa arrivare armata di spada per respingere gli invasori verso il mare. Proprio nel punto dell’apparizione miracolosa, fu eretta la chiesa attuale in onore della patrona, da cui si domina la vista verso il mare, appunto. Nata e morta martire ad Alessandria d’Egitto (280-305 circa), Caterina subì il supplizio della ruota per mano dell’imperatore Massenzio. Stessa fine subì un altro santo venuto dal mare. Sant’Agazio è il patrono di Guardavalle, l’antico borgo a fianco di Santa Caterina dello Jonio. Agazio era un centurione romano originario della Cappadocia, decapitato durante le persecuzioni di Diocleziano. Pare che il suo corpo venne abbandonato in mare aperto in una cassa, e che la cassa raggiunse la Calabria, dove dei pescatori di Squillace la recuperarono. Durante i festeggiamenti, mi spiega una signora mentre siamo a cena con i parrocchiani di don Angelo, gli abitanti usano raccogliere margherite gialle per intrecciarle e appenderle ai balconi. E quando piove, buttano queste corone infiorate in strada per invocare l’arresto della pioggia, e quindi prevenire le alluvioni che scendono da orridi e fiumare che attraversano quel territorio.
E dopo di loro, secoli dopo, quando la Calabria Jonica era ormai spopolata, arrivarono i profughi, e anche loro in fin dei conti furono un regalo del mare. Possiamo avere opinioni diverse sulla vicenda di Riace e sull’operato trasparente o maldestro del suo sindaco Mimmo Lucano, ma di certo quella storia ha tracciato una via, e molti altri borghi della regione hanno cominciato a ospitare stranieri, con la speranza di rinascere.
Anche in questo, don Angelo ha fatto la sua parte. Non essendo un semplice prete di campagna – anche se adora quel romanzo Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos («Tutto è grazia!» reciterà in auto, ricordando le parole proferite dal curato in fin di vita all’ex compagno di seminario, prete spretato e tubercolotico) – don Angelo ha allacciato relazioni con il pianeta intero, insegna antropologia all’università per stranieri di Reggio Calabria, ha costituito una biblioteca a Santa Caterina di venticinquemila volumi, portati in parte da istituti presenti in tutta Italia, ha aperto una casa di cura e una scuola con l’associazione Civitas Humana, e ha fondato un istituto di formazione e ricerca sui beni culturali, l’Istituto Aghia Soros. Questo però è poco, se si pensa al suo legame con il Madagascar, isola che frequenta come terra di missione dal lontano 1990. Parla malgascio-sakalava con dimestichezza, e ha aiutato diversi malgasci a stabilirsi in Calabria per rifarsi una vita: tra loro figura una donna con un simpatico bambino, Nolan, che purtroppo non conosce il padre se non per sentito dire e per qualche recente telefonata. Così don Angelo gli fa un poco da papà, un poco da zio e un poco da nonno. «Talvolta, mi chiedo se ho fatto bene a portarli qui, se non avessero dovuto restare nella loro terra, anche se la vita là non è facile» mi confessa; ma è il dubbio del giusto, che si interroga continuamente su ciò che fa.
No, non un semplice prete di campagna. Quando all’inizio dell’anno io e don Angelo ci sentimmo per incastrare le date delle presentazioni del libro, mi sfilò una serie da paura di luoghi dove doveva recarsi nei tre mesi successivi: Nosy Be, isola a nord del Madagascar, New York e Krabi, nel sud della Tailandia. Grazie a persone come lui, Santa Caterina è diventato un nodo di contatti internazionali, ed è questa la ricchezza riportata a casa dal viaggiare; ma è anche quella dell’accogliere, nonostante le sofferenze che queste esperienze portano con sè, e gli ostacoli che una legislazione come quella italiana – erede della Bossi-Fini – frappongono. Don Angelo non ha mai dimenticato le parole di mons. Antonio Cantisani, defunto vescovo catanzarese, che un giorno dichiarò: «Con quella legge, aver fame è diventato un reato».
Questo stare in connessione con terre lontane è anche un modo di rompere l’isolamento che l’essere Finis Terrae porta con sè. Quando arrivo con l’aliscafo da Messina, è una domenica, non ci sono treni per raggiungere la dorsale jonica attraverso la punta reggina, e così mi vengono a prendere in auto a Villa San Giovanni per risalire la dorsale tirrenica fino a Rosarno, attraversare l’Aspromonte, e tornare a vedere il mare dall’altra parte, a Gioiosa Jonica.
Non so se sia questo stare in connessione con terre lontane che abbia riempito di curiosità la chiesa degli Angeli Custodi, a Badolato Marina, dove presento Prima dell’apocalisse. La chiesa, sono le ore 19, è affollata, sessanta persone circa, e don Angelo mi mette un tavolino davanti all’altare e mi chiede di sistemarmi lì, dove normalmente i preti danno l’Eucaristia. Mi sento un poco disagiato, ma sarò sommerso da domande e osservazioni, prova della vivacità dei fedeli locali. E mai così tanti libri sono stati richiesti a una presentazione, come quella sera. Molti degli interventi saranno sulla speranza.
«È lecito parlare di segni di speranza?»
«Più che lecito, è necessario, se vuoi passare in questo mondo senza ritirarti in te stesso, ma per trasformarlo» rispondo a una signora.
E mi vengono in mente le parole del dottor Tarkovskij ad un Compagno inquieto:
«I miei personaggi sono alla continua ricerca della giusta via, passano attraverso eventi dolorosi, e si prestano a compiere coraggiosi atti di rinuncia, di privazione, per rigenerare il mondo. È il ciclo della speranza».
Passeremo anche per due scuole, il Liceo scientifico Guarasci-Calabretta di Soverato e il Conservatorio di musica Saverio Arlia di Nocera Terinese. I ragazzi ascolteranno in silenzio, eravamo in entrambi i casi alla fine della mattinata, uno solo alzerà la mano, con mio dispiacere, ma don Angelo mi incoraggerà dicendo: «Stiamo seminando idee e pensieri di speranza, ti hanno ascoltato ed hanno ascoltato cose diverse, e questa è la cosa importante».
Andiamo su e giù tra marine e vecchi borghi, e quando raggiungiamo Santa Caterina sarà attraverso la vecchia strada a mezza costa, dove la vegetazione è lussureggiante e le querce la fanno ancora da padrona, connettendo vecchi ulivi con vecchi castagni, poi prendiamo la strada per le Serre e don Angelo mi mostra dove sono stati autorizzati tagli indiscriminati : è solo una di numerose storie di pessima gestione. La speranza è strumento di lotta, qui, pensiero e azione, non un’immaginaria aurora di futuro possibile: è il motore che muove i volenterosi a non cedere alle piccolezze di detentori di pezzi di potere. A Nocera Terinese ascolto la storia di un importante sindaco della zona, che candidatosi alle ultime elezioni regionali, andò dal preside di un istituto scolastico per chiedere i loro voti, e il preside rispose con un non possumus. L’indomani delle elezioni, alle quali il sindaco non risultò eletto, davanti alla scuola trovarono una numerosa pattuglia di vigili che veniva ad apporre multe a tutto il personale che aveva sempre e solitamente parcheggiato davanti all’istituto. E a Santa Caterina, dove visitiamo la ex-scuola media che da struttura abbandonata è diventata un gioiello di edilizia scolastica, pronto a partire con dei corsi di perfezionamento di livello universitario sulla valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale, il Comune cerca di ostacolare questo esperimento formativo con cavilli amministrativi che impediscano l’effettivo utilizzo dell’edificio, per cui l’istituto Aghia Soros detiene regolare contratto di affitto. Vicende che sembrano ricordare storie di gelosia e prepotenza, in cui chi ha del potere lo esercita per la propria perpetuazione, e a chi fa ombra vengono tagliate le gambe. A questi signori, va bene che i giovani se ne vadano, che non rientri più nessuno e che le case rimangano vuote, perché quello che conta è controllare un pezzo di potere pubblico.
Una decina di anni fa, arrivai a Santa Caterina con l’idea di lanciare dei corsi estivi di cooperazione mediterranea insieme a COSPE Onlus, e li organizzammo per due anni; oggi, però, don Angelo è tutto proiettato sul fare dell’accademia per i beni culturali che ha fondato una success story, e prepara un bando ministeriale. Portare l’università a Finis Terrae? E perché no?
«Dài, che bello, e vengo anch’io a dare qualche lezione di relazioni interculturali» e poi gli propongo di lanciare anche un festival di cultura, anzi cultura, cittadinanza, società e ambiente, perché per cambiare le mentalità e isolare le locali pratiche di potere feudale bisogna creare pensiero, dibattito.
«Va bene, lo facciamo» mi risponde. Sa che le strade, da queste parti, sono in salita, e per farmi capire cosa intende, ricorda di quando Aldo Moro, nel lontano 1962, in qualità di segretario della DC, scrisse ai vescovi italiani per spiegare la necessità di un’apertura a sinistra, e aggiunge: «I vescovi del Sud si espressero contro».
Sono cambiate le cose da quell’epoca? Forse sì, ma non abbastanza, e per questo i volenterosi di quei borghi che hanno visto Saraceni arrrivare, emigranti partire, malavitosi governare, rifugiati riaprire le case, querce e castagni rinascere dalle ceneri degli incendi e preti aprire le porte del mondo sono la migliore materializzazione di quell’idea di speranza che porto nel libro, e che potremmo definire con il termine “ispirazione”:
Abbiamo tutti bisogno di ispirazione; da soli, con i nostri soli calcoli, non andremmo molto lontani. Ispirazione è innanzitutto osservazione, la capacità di osservare quanto succede attorno a noi, nel regno umano come in quello vegetale o minerale, è parte essenziale del nostro strumentario di sopravvivenza. Nel momento in cui smettiamo di fare attenzione a quanto succede attorno a noi, prepariamo le condizioni della prossima crisi. Ispirazione è anche inculturazione, la capacità di cogliere gli elementi vivi della cultura o delle culture delle società in cui viviamo; certo, è un termine usato soprattutto in ambienti ecclesiologici a indicare l’incarnazione del Vangelo nelle culture autoctone, ma in realtà in esso vi trovo un significato più ampio: la capacità di mettersi in relazione con codici culturali ed esperienze sociali che non ci appartengono, e attraverso di esse imparare ad aggiustare e rinnovare lo spazio dei nostri valori e dei nostri riferimenti. E più distanti quelli ci paiono e ci vengono rappresentati, più fertili e stimolanti sarebbero i frutti dell’incontro.
Mi sa che, da queste parti, tornerò di nuovo. Per imparare.
Gianluca Solera