[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].
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Tutto è cominciato quando, proveniente dal lago, mi sono perso sulle tangenziali, complice il navigatore che si era inceppato, per finire all’uscita per Vigasio, ben oltre la città, schivando auto e camion in corsa. A Verona sapevo entrare in auto solo dalla Provinciale Mantova-Villafranca, l’avevo fatta con mio padre tante volte, ma quella Verona delle porte storiche con gli anni è stata circondata da ogni sorta di infrastruttura, zona di espansione, interporto, strada a scorrimento veloce, ecc., che riconosco i suoi paraggi a malapena. È la Verona del cemento e del fatturato quella che incontro quando mi avvicino, la Verona della crescita in nome dell’identità veneta.
«Siamo messi male con il senso dell’orientamento, mi pare» mi dice Roberto Fasoli, che finalmente ritrovo su via Pirandello, quando manca solo mezz’ora all’inizio dell’evento. Roberto ha una capigliatura folta ed elegante, e la sua simpatia è abbondante quanto i suoi capelli. Mi presenta subito ai colleghi della Biblioteca Immagina, e già mi sento a casa. Per essere un urbanista di formazione, la battuta di Roberto risvegliava il mio orgoglio.
Il navigatore si era letteralmente bloccato alla curva decisiva per San Massimo, ed invece di virare a sinistra avevo tirato dritto per essere risucchiato da un vortice di cantieri, mezzi pesanti e grandi arterie. Ogni mezzo chilometro, riverificavo dove fossi su Google Map, e fatto finalmente dietrofront a quell’uscita della Tangenziale Sud, riuscii a tornare alla famosa curva che mi avrebbe portato a destinazione. A via Pirandello, Michele Bertucco mi aveva portato una copia de L’Arena, il quotidiano locale, e sfogliandolo ho trovato una buona ragione per recuperare fiducia nel mio senso dell’orientamento: il Veneto è la seconda regione più cementificata d’Italia, quasi il 12% del territorio contro una media nazionale del 7%, e la provincia di Verona è la prima tra quelle venete, con più di quarantunomila ettari urbanizzati[1].
Creata nel maggio del 2025 dall’associazione Immagina ETS, di cui Roberto è il tesoriere, la biblioteca popolare sta a pochi passi dallo stadio Bentegodi. Dispone di diecimila volumi e si prefigge di risvegliare la consapevolezza civica della popolazione. È la nuova grande sfida di Roberto, che è già stato sindacalista (segretario generale della CGIL di Verona, per la precisione), consigliere comunale e consigliere regionale con il PD. Per lui, più che nella politica elettorale, è nel risveglio culturale della cittadinanza che si deve investire per cambiare le cose; e non solo le cose in senso lato, ma anche i partiti, prigionieri di autoreferenzialità, carriere personali e obiettivi di corto termine. Così, il mio libro si inserisce in un percorso bibliotecario di riflessione sulla speranza. Con me, ci sarà Raffaele Crocco, autore di un lavoro straordinario che prosegue dal 2009: l’ Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo.
«In questo libro, ci sono tutte le cose su cui mi sono misurato negli anni nel tentativo di dare un’immagine della complessità della realtà, e quindi dei conflitti, è un libro di grande rigore» commenta Raffaele, per poi aggiungere che i conflitti e le guerre sono cose diverse. I conflitti, infatti, fanno parte integrale della vita e delle relazioni, le guerre no, e per risolverli, non dobbiamo appunto necessariamente ricorrere alla guerra, forma estrema di violenza. Anzi…
Raffaele mi chiede quanto la figura di Dall’Oglio abbia influenzato il mio modo di leggere le crisi del giorno d’oggi, e la risposta non può essere che una sola. Due sono le idee su cui ci soffermiamo: quella dell’ospitalità e quella della badalíya, la “sostituzione”. Dirà l’egiziana Mary Kahìl a Compagno:
«Il tuo compagno di viaggio ha fretta di sapere, caro Ignacio… Ti devo spiegare allora la vocazione della “sostituzione”. In parole semplici, significa prendere il posto di qualcun altro per amore, per salvarlo e redimerlo. È un atto di solidarietà, di amore appunto, attraverso il quale ti fai carico delle sofferenze altrui nella preghiera, nella compassione e nel segreto delle lacrime interiori. Gli abdàl sono i sostituti».
Il pubblico è attento, ma anche ben svezzato, e alla fine un signore si alza e chiede: «Ma lei è pessimista od ottimista? Dov’è la speranza di cui si cercano i codici»? È un lavoro di grande lena, e spiego che una delle cose che ho cercato di fare scrivendo questo libro è stato di mostrare che le crisi sono strettamente interrelate tra loro, che si parli di degrado della biosfera, economia di rapina, ideologie della competizione e dell’odio, corsa al riarmo o autoritarismo. Tra il pubblico ci sono vecchi amici, Michele Bertucco, già referente di Legambiente a Verona ed ora assessore comunale a Lavoro, Bilancio et al., Marco Menin, sempre attento ai temi della memoria storica e della pace, o Giuseppe Campagnari, ecologista della prima ora, ex-sindaco di rottura di San Zeno di Montagna e ex-direttore del Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi. Quando ci frequentavamo, eravamo giovani e determinati; ora non siamo più giovani, ma siamo sempre determinati, anche se meno ingenui.
Verona, la città mangiasuolo, dove anni di leghismo hanno riportato in vita pratiche politiche clientelari da anni ’80 che hanno corroso i valori di una città sempre di grande fede cristiana. Verona, tempio della musica lirica e del teatro shakespeariano, territorio che vanta i due terzi dei vini veneti insigniti dei Tre Bicchieri del Gambero Rosso, si muove. È la stessa città, e si muove, tant’è vero che il giorno in cui sono ospite della Biblioteca Immagina, parliamo di due risultati importanti. La Giunta comunale approva l’acquisizione al demanio pubblico della ex-cava Speziala, che la natura ha trasformato in bosco, per sottrarla ad altre destinazioni tra cui quella di discarica di rifiuti speciali… Sarà il più grande bosco urbano della città, trentamila alberi, e chiude una vertenza che per quarant’anni è andata avanti a suon di ricorsi e mobilitazioni cittadine, e che rappresentò il più grosso caso di Tangentopoli veronese. Il mio amico Marco è il presidente del comitato Un parco per la città, e non nasconde la sua soddisfazione.
Due settimane prima, Michele sottoscrive in qualità di assessore un accordo per un welfare territoriale del manifatturiero a rete, che metta in comune servizi e competenze in uno spirito di collaborazione tra aziende e tra amministrazioni, per conciliare vita professionale e privata, migliorare la salute psicofisica sui luoghi di lavoro e trattenere il personale qualificato.
Le questioni della crisi ecologica e del modello di sviluppo non potranno che ritornare, e Raffaele mi invita a sottolineare quanto queste questioni attraversino sia Oriente che Occidente; così – vista la prossimità del lago – leggo quello scambio tra il vecchio pescatore gardesano e il giovane studente siriano ritrovatosi a fare il cuoco per i turisti che si accalcano lungo la Riviera degli Olivi:
«No se capisi più gnent, caro mio».
«Ma cosa si può fare allora per invertire il degrado?».
«Bocce ferme, bocce ferme, fermarci a pensare e riportare il lago alla salute del Dopoguerra!».
[…] «Mi interessa sapere di quello che diceva del dio turismo…».
«Sorveglianza ferrea, basta veleni in acqua, rinaturalizzazione delle sponde, spiagge chiuse ai turisti e difendere questo serbatoio che sarà importantissimo tra trent’anni, quando non ci sarà più acqua in abbondanza».
«La gente non rinuncerà mai al turismo, anch’io, se ho un lavoro, è grazie al ristorante».
«Hai ragione, ma non c’è consapevolezza delle conseguenze che avrebbe sul turismo la perdita di questo patrimonio. E sai perché? È l’egoismo di quando hai dieci e vuoi cento, anche a costo di distruggere tutto, perché tutto finisce nel lago, anche gli scarichi delle macchine in coda sulla Gardesana!», Pio si gira e si versa dell’acqua. Poi riprende: «Con grande sincerità, ammetto che è molto difficile, se le istituzioni pubbliche se ne fregano. Quella è gente senza cuore. Invece di prendersi cura del lago, vogliono ancora toccare le rive. Se ghè qualchedŏ là de sōra che l’a fat el lac, làssilo star. Làssilo star come el padreterno el l’a fat!» grida Pio con tono invocatorio, alzandosi dalla sedia.
Bocce ferme… Sembra quasi impossibile… Tutto quello di cui parliamo quella sera a Verona sembra impossibile. Le cose impossibili, però, lo diventano per volontà di qualcuno, non per imposizione divina o per una legge della fisica. A questo proposito, penso a quanto scrive lo storico francese della scienza e dell’ambiente Jean-Baptiste Fressoz, quando sostiene che la cosiddetta “transizione energetica” è una truffa. « Il problema è che, mentre si prospettano aerei a idrogeno e un’economia decarbonizzata grazie a una terza rivoluzione industriale, non si parla né dei livelli di produzione né della distribuzione delle emissioni. Uno degli effetti del discorso sulla transizione energetica è che non si affrontano le questioni della sobrietà, della decrescita e della distribuzione» dichiara in un’intervista. Fressoz sostiene che la transizione energetica è l’ideologia del capitale nel XXI secolo. Quando si parla di transizione, si parla di innovazione, di investimenti. In altre parole: è il capitale che ci salverà. Così, non si mettono in discussione né la crescita economica né il consumismo. Ma questi temi si imporranno da soli, perché quando si osservano le curve di riduzione delle emissioni che bisognerebbe seguire per evitare il disastro, ci si trova di fronte a un muro. La mia casa sul lago è sempre stato il mio laboratorio, e per quanto vi ho osservato, è difficile dar torto al francese. La mia casa sta sulla Statale Gardesana. Quando ero ragazzino, l’aria d’estate puzzava dei gas di scarico delle auto dei villeggianti; ci dissero che tolto il piombo dalla benzina, si sarebbe risolto il problema, e ci mettemmo il cuore in pace; oggi, non si usa più la benzina al piombo e le marmitte sono catalitiche, ma il turismo di massa ha moltiplicato il traffico di due o tre volte, e l’aria d’estate puzza ancora.
A cena, tra tagliatelle ai finferli e risotto agli asparagi, si riaccende il dibattito. Giuseppe è arrabbiatissimo, come quel vecchio pescatore, e si esprime in dialetto: «I costruissi ancóra nel lac, e i scava i póssi perché el aquedóto nol ghe riva a soministrar aqua in bisogno». L’Azienda Gardesana Servizi l’aveva scritto chiaro e tondo, ricorda, di non avere acqua per le nuove costruzioni. «E quando no ghe sarà abastansa aqua in di póssi, no i gh’avrà gnanca modo da adoperàr quela dal lac perché la sarà un bródo ». Ma è la politica che riaccende gli animi, e Roberto diventa un leone, forte del suo passato di sindacalista ed eletto. Sul banco degli imputati, il Centrosinistra. Raffaele sostiene di fare fatica ad andare a votare, perché non riconosce più la Sinistra in cui si identificava. Roberto si rammarica del fatto che ormai il suo ex-partito non ha più il polso della società: quando l’estate scorsa, ad una Festa dell’Unità, presentava un libro che difende la necessità di tassare i super-ricchi perché il sistema fiscale odierno non è più equo, riprendendo la proposta dell’economista Gabriel Zucman sostenuta dalla presidenza brasiliana del G20[2], alcuni dirigenti locali del PD hanno mugugnato. Io racconto della mia esperienza con il PD fiorentino, che organizza esclusivamente dibattiti tra persone che la pensano allo stesso modo. Si ritorna al tema dell’immigrazione e all’incapacità del partito di imporre un dibattito pubblico su giustizia sociale, coesione e flussi di forza lavoro, invece di farsi sorprendere dagli spauracchi della criminalità e dell’islamizzazione. E a quello delle elezioni, perché il Centrosinistra dovrà assolutamente elaborare una proposta unitaria se vorrà sconfiggere la destra e tornare al governo del Paese. Insomma, è dura essere un “progressista” (si può ancora dire?). Eppure, Verona si muove.
Anche al ritorno, lasciato l’albergo, incastrato tra due strade parallele che si diramano ai suoi lati, complice il navigatore inceppato il mio disorientamento è riapparso, e sarà solo perché mi fermerò a fianco di due che se la raccontavano sul marciapiede, con un camionista su tutte le furie per la mia inversione a U, che troverò la mia via di fuga verso il casello.
“Tira drito”. Mi salva il dialetto, e la gente in strada, che anima quella giungla di asfalto con il loro essere ancora gli stessi: umani.
Gianluca Solera
[1] Dati dell’ultimo rapporto annuale sul consumo di suolo Snpa-Ispra. Cfr. Cri.Gia., «La Regione favorirà nei bandi i Comuni che rigenerano spazi», L’Arena, 29 settembre 2026. La città di Verona si è invece classificata al quinto posto tra le località venete nel triste primato di incremento del consumo di suolo, dietro solo a Venezia, Montebello Vicentino, San Bonifacio e Dolo.
[2] La proposta di Zucman di una tassazione dei super-patrimoni è accessibile qui. Il libro di cui si parla è Tassare i milionari di Riccardo Staglianò (Einaudi, 2026).