[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].

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Il primo impatto non è dei più felici, perché quando arriva Domenico Simone a prenderci all’aeroporto di Catania, dovremo mettere in conto altri settantacinque minuti in coda per fare sette km di strada, così che il viaggio si allungherà del doppio e giudizi e pregiudizi sui disfunzionamenti del Suditalia pure. Per un polentone come me, la tentazione è sempre dietro l’angolo (mia moglie soleva dire che sono un tedesco che aveva avuto la fortuna di nascere in Italia). Poi, però, i Domenicani ci hanno subito dato una stanza per ristorarci prima della presentazione, e mi sono tranquillizzato. L’evento avrà luogo nella biblioteca storica del convento, intitolata a Vincenzo Romano, il parroco napoletano del Settecento proclamato santo da papa Francesco, e che si dedicava all’istruzione dei giovani e alle necessità di operai e pescatori. La rassegna a cui partecipo si chiama “Elogio della lettura. Dialoghi tra la locanda e il pozzo”, dove la locanda mi fa pensare ai luoghi della socialità, mentre il pozzo è quello in cui Gesù incontra la Samaritana, come spiegherà padre Francesco La Vecchia. Sarà al pozzo che il Cristo rivela la sua missione di Messia ad una donna, per di più appartenente ad una minoranza ai margini, rompendo così tutte le barriere sociali e culturali dell’epoca. Lo spirito è quello giusto, ricorderà Domenico, amico di vecchia data, già fondatore di South Media. E d’altronde Paolo Dall’Oglio era un poco samaritano: cittadino occidentale insediatosi in Oriente, cattolico romano che ha abbracciato il rito siriaco cattolico, fedele al Cristo ma amante dell’Islam: insomma, uno che non era una sola unica cosa, che non era espressione di maggioranze omogenee; un “fuori strada”, se mi permettete l’espressione.

Davanti al pubblico, Domenico definisce Prima dell’apocalisse un meta-romanzo, a metà strada tra il saggio e la creazione di fantasia. Questo pensare di non essere puri, una sola unica cosa, mi accompagnerà in quei giorni siciliani. La Sicilia è una terra di mezzo, lo è per eccellenza, geograficamente, culturalmente e socialmente, con eredità di grande pregnanza artisitica e spirituale che la rendono rifugio dalle ossessioni della modernità, ma anche con retaggi medioevali che la incatenano a circuiti corrotti e arretrati.

Nel comune della cintura catanese dove Domenico vive stanno costruendo nuovi palazzi, ed in uno dei cantieri hanno scavato tagliando tanto la roccia su cui poggia quel quartiere che la casa di un vicino ha tremato e delle fessure si sono aperte sulle pareti: ogni volta che riprendono i lavori, il tremolio riprende, e questo non induce certo a fare sogni tranquilli. Il vicino si è allora rivolto all’avvocato, diffidando i costruttori dal proseguire i lavori fintanto che non si accertassero i danni presenti e potenziali. Quando però passano i vigili urbani per controllare il cantiere, chissà perché gli operai non ci sono e il cantiere resta chiuso; ma quando i vigili se ne vanno, nel buco riprendono le attività. È una storia di palazzinari come tante, che dà l’idea di come sia difficile affidarsi alla Legge. Questa capacità di muoversi tra vicende simili, questa resilienza della gente del Sud, o almeno di molti di loro, mi ha sempre affascinato, così come quel loro saper sorridere anche se imparano a vivere nella vigilanza.

Quando arriviamo dai Domenicani, padre Francesco ci accoglie con un caffè. Sono giorni intensi quelli, perché due giorni dopo, il 24 maggio, celebrano il loro San Domenico di Guzmán. Non è la festa ufficiale del Santo, che è l’8 agosto, ma poiché in estate fa troppo caldo a Catania, festeggiano il giorno in cui la salma del Santo venne trasladata dalla vecchia alla nuova tomba bolognese, fu nel 1233. Si dice che quando fu smossa la pietra sepolcrale un odore soavissimo di rose cominciò a diffondersi. Ecco un altro esempio di resilienza, di adattamento, che sposta date e celebrazioni con soavità, senza far rumore.

Nella stupenda sala della biblioteca del convento, tra scaffali in legno massiccio e libri antichi, il dibattito verte sul turbamento, premessa di ogni moto di fraternità. Domenico mi chiede perché ho scelto quella parola, e confesso che è nata per caso, scrivendo dello “specchio della fratellanza”:

«Della fratellanza? Bah, l’avrei chiamato “specchio del turbamento”».

«Che differenza fa? Se il tuo animo non si altera, se non ha un sus­sulto quando incontra il passante, che sovente è uno sconosciuto, dai costumi diversi dai nostri, non ci può essere disponibilità all’ascolto, né curiosità, dunque non ci può essere fratellanza».

«Mi stai dicendo che, per essere fratelli, per voler bene a chi è diver­so da te, bisogna passare attraverso l’interrogativo, il turbamento…».

«O l’angoscia. Il nostro animo è qualcosa di imprevedibile e inaf­ferrabile. È capace di risveglio, ripensamento, di pentimento e riscatto, se lo esponiamo alle esperienze di vita degli umani, alle angosce collet­tive che li rendono più vicini che mai, e lo facciamo senza pretende­re protezioni o barriere difensive. Se però addomestichiamo l’animo, lo sediamo con false certezze e ideologie ingessate, se lo isoliamo dal mondo che ci circonda, ci può abbruttire, instupidire, rendere pateti­ci e antipatici come terra brulla e sterile».

E ogni volta che torno in Sicilia, il mio stesso animo si mette in moto, e questa gente gentile e radicata alla loro terra, e questa terra dalle tante tonalità di verde e giallo, sovrastata da monti e vulcani dalle forme diverse, ricche di venature nere come la lava o beige come il tufo, mi turba e mi dà pace allo stesso tempo.

Penetrando nell’interno del Val di Catania, sembra di tornare indietro nei secoli gianlu, perché molti centri paiono sospesi nel tempo, come Militello, dove porterò il libro alla Biblioteca Angelo Majorana. Mi chiedo quanta gente sia resistita all’esodo verso Nord e verso Ovest – pare che Militello abbia perso almeno la metà della sua popolazione – ma chi crede che le migliori energie se ne siano tutte andate sbaglia, e chi resta è visceralmente votato a proteggere quel patrimonio di storia, personaggi e culto della vita. Domenico, che è originario di Scordia, è uno di loro, e scorazza me e Itziar su e giù per colline e gravine, raccontando di ogni angolo e località, pronto a portare in fondo la missione di portare questo libro nella sua terra anche se ha la febbre addosso.

Ed un’altro è Aldo Lanza. Artefice del riconoscimento Unesco dei prestigiosi gioielli architettonici della città – come l’Oratorio della Madonna della Catena o il Palazzo comunale, uno splendido ex-monastero benedettino – la granparte risalente al periodo tardo-barocco successivo al terremoto del 1693, ha lottato contro amministratori litigiosi e gelosi per portare a casa il risultato. E quando un giorno alzò la voce da assessore ai Beni culturali contro chi metteva i bastoni fra le ruote alla sua campagna per il riconoscimento Unesco, “professoroni” che usavano il sapere come strumento di potere, rispose provocatoriamente: «Sapete perché questa missione la Storia l’ha affidata a me e non a voi? Perché sono un Lanza». Come il duca di Camastra, Giuseppe Lanza, a cui venne affidata secoli fa la missione di ricostruzione del Val di Noto, devastato dal terremoto del 1693. E aggiunse: «La sorte ha scelto me per il cognome che porto, non per preparazione culturale. D’altronde, Theodor Adorno spiegava che i senza soggetto, culturalmente diseredati, sono i veri eredi della cultura».

La biblioteca è piena di gente, c’è anche il sindaco, Giovanni Burtone, già europarlamentare, figlio di partigiani, con la sua parlata declamatoria, che si scaglia contro il genocidio a Gaza. Ci sono due eleganti assessore donna, che aprono e chiudono il dibattito, ma poi tante altre presenze che amano la loro cittadina. Tra queste, la direttrice del museo della chiesa madre di S.Nicolò e del SS. Salvatore, forse unico museo di arte religiosa in Italia voluto e realizzato da volontari del posto, di certo il primo, i quali senza l’appoggio delle istituzioni iniziarono a scavare nei sotterranei della chiesa per rimuovere ossa, terriccio e quant’altro e farne un moderno e pregevole museo underground. È la sera delle Porte Aperte, e la direttrice è orgogliosa di mostrarmi statue lignee, ostensori d’argento e paramenti. Quello che non fanno le amministrazioni pubbliche, se c’è la volontà, lo fa la gente. E la natura, oltre all’arte, ci mette il suo. Quando la sera ci si siede in piazza, il cielo è solcato da rondini in volo, il cui cinguettio silenzia i passanti. Erano anni che non ne vedevo così tante: era un segno di un passato da cartolina, ormai volto verso l’estinzione, oppure l’indicatore di un prossimo quadro di vita destinato a superare le rovine di un modello di sviluppo senza limiti?

L’immagine di un Sud arretrato regge a malapena quando si pensa alla qualità della vita che questi borghi possono offrire, se trovano la marcia giusta. Nella biblioteca ci sono ben cinquantamila volumi, ovvero una media di sette per abitante: non lontano dal numero di volumi per capita presenti a Mantova, mia città di origine. Basta questo.

Nel secolo XVI, il principe Francesco Branciforte portò alla sua corte artisti di grande talento. «Sarebbe potuta diventare qualcosa di simile alla corte dei Gonzaga, se il principe non fosse stato avvelenato», commenta Aldo. Gli anni di gioventù passati alla corte di Spagna certamente affinarono lo spirito di quel principe, e quando assunse le redini del Marchesato di Militello insieme alla moglie Giovanna d’Austria, aveva grandi ambizioni, e portò non solo artisti, ma anche tipografi, come il trentino Giovanni de’ Rossi, perché si stampassero libri anche nella sua terra[1]. Il segno fu tracciato, il futuro è solo da costruire.

Alla presentazione, magistralmente condotta da Domenico, le domande sul destino di Paolo Dall’Oglio si susseguono, e non so se questo interesse sia solo legato alla locale fede e devozione cristiana, o sia anche influenzato dalla vicenda del geniale giovane fisico Ettore Majorana, scomparso misteriosamente nel 1938, e la cui famiglia era di Militello. A fine serata, un’ascoltatrice, Giovanna, sensibile al linguaggio dello spirito, si avvicina per dirmi la sua: «Raccontavi che pochi giorni prima della sua partenza per Raqqa parlasti con padre Paolo, e lui ti disse: “Ci rivedremo presto”. Bene, io credo che si riferisse al libro, come se sapesse che sarebbe tornato a parlarti attraverso le pagine del libro che hai scritto». Sorride ingenuamente, tenendosi su dei tacchi alti: sono fulminato da quelle parole. Non avevo mai pensato a quell’associazione, e ci penserò nei giorni successivi, e ancora oggi. Aveva forse ragione? Era forse un’indovina?

D’altronde, l’edificio che più mi affascina in quel di Militello è un ambiente di dimensioni ridotte, ma certo non il più insignificante: l’Oratorio della Madonna della Catena, una piccola chiesa, dall’apparenza modesta all’esterno, ma ricca all’interno di statue bianche di stucco, tutte donne, tutte Sante, protettrici di varie località siciliane, di fattura fine seicentesca. Nell’Oratorio, si recavano le donne per chiedere alla Madonna di essere risparmiate dalle sofferenze del parto. Un luogo totalmente femminile, senza pari a mia conoscenza, e all’ingresso una signora dall’aspetto colto mi dirà: «La Chiesa ha fatto passi indietro, caro signore, soprattutto per noi donne». Naturalmente, si riferiva all’istituzione, non a quel luogo di culto.

Quando attraversi luoghi come questi, potete ben capire che se ti guardi intorno con curiosità e attenzione non puoi non rimanere turbato.

Del turbamento, si diceva. Lasciando e rientrando verso Catania, l’Etna ti guarda, con la sommità coperta di nubi o placidamente fumante, come in questi giorni. Fonte di turbamento per eccellenza, imprevedibile custode dei nostri destini. È pensando all’Etna che avevo iniziato a scrivere le prime pagine del mio romanzo:

Cerca l’impulso della sopravvivenza in fondo all’anima, e si siede a pensare, stringendo il telaio della sedia tra le mani. Respira, si rial­za, si copre per bene e imbocca l’uscio senza indugio. Ormai all’aria aperta, si guarda intorno, e nota che la casa in cui stava non è grande, e pare isolata. Lingue di neve ricoprono le falde di quella che appare una montagna, dietro i banchi di nebbia.

«Un vulcano, è un vulcano!» esclama.

Alle sue spalle, lassù in alto, un monte imponente fuma da alme­no tre camini e le nubi che forma si spostano con lentezza, scivolan­do come una barca di carta su uno specchio d’acqua stagnante.

[…]

«Dove sono?».

Questo si chiederà Compagno, risvegliatosi nell’Oltre, prima di incontrare la sua guida, padre Ignacio. Ed è la domanda che questa terra di Sicilia porta a farti, tanto ti turba. Dove sono, sulle ceneri dell’inferno o alle porte del paradiso?

Gianluca Solera


[1] Francesco Branciforte e donna Giovanna d’Austria — figlia naturale di Giovanni d’Austria, l’Invitto, a sua volta figlio naturale dell’imperatore Carlo V e condottiero della battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 — diedero vita a Militello a una corte modellata su quella madrilena. Francesco, compagno di giochi di Filippo III, crebbe infatti educato alla vita di corte. Lo studio Archivistica e Paleobiologia: due parametri del profilo storico e biologico del Principe Francesco Branciforte di Militello in Val di Catania, a cura di Francesco Mallegni e Sebastiano Lisi, pubblicato dalla Società Italiana di Antropologia ed Etnologia, vol. CXXXIII, Firenze, 2003, conclude alle pp. 112-113: «Possiamo quindi concludere che molto verosimilmente il principe Francesco venne a morte per avvelenamento di arsenico».

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